Giorgio Gioco, emblame della veronesità
e Antonio, continuatore nel segno della tradizione
ma con un pizzico di creatività
Giorgio
Gioco, classe 1924, assomma in sé le
caratteristiche tipiche del cittadino scaligero.
La sua simpatia garbata, la predisposizione
al sorriso e all’ironia, l’inclinazione
naturale verso la poesia e le tradizioni,
oltre alla propensione spiccata ma mai esagerata
per i piaceri della vita – primo tra
tutti, ma non solo, la buona cucina –
ne fanno, a nostro avviso, il prototipo ideale
del veronese doc. Il ristorante “Dodici
apostoli”, che guida da più di
sessant’anni, è diventato un
luogo simbolo della città, un vero
e proprio tempio che trasuda storia e tradizione,
luogo di ristoro e buona cucina da ben prima
che Napoleone nascesse, teatro, negli ultimi
anni, di numerosi premi ed iniziative importanti.
Giorgio ha avuto due figli, Cristina
e Antonio. Quest’ultimo prosegue nel
solco paterno mantenendo il locale ai massimi
vertici di gusto e buon vivere.
Per prima cosa, chiediamo a Giorgio di raccontarci
un po’ della sua storia...
Ricordo che passavo le mie giornate di bambino
in cucina fino a che, pian piano, la
sera mi addormentavo, un po’ come fanno
i figli degli attori dietro le quinte.
Quella che all’epoca si chiamava “Trattoria
Dodici Apostoli” era stata rilevata
nel 1930 da papà Antonio e mamma Rosella.
Di quell’età conservo ancora
i libri di scuola e il ricordo degli odori
che si sprigionavano dalla cucina profumando
tutta la contrada. Verona era una città
a portata d’uomo, dove ci si conosceva
tutti. Non c’era la Tv e le notizie
e i fatti si scambiavano e si commentavano
in piazza Erbe. Quando venne la guerra, dovetti
partire per il militare lasciando la mamma
da sola a gestire il locale, dato che papà
era venuto a mancare nel 1940. L’ambiente
attraversò varie vicissitudini fino
a quando, finalmente, col mio sacco
in spalla, riuscii a tornare a casa, non sapendo
nemmeno se l’avrei trovata. Dopo
la guerra?
Era il momento di rimboccarsi le maniche e
ricominciare e così feci assieme a
mamma e a mio fratello Franco, rimasto con
me fino a qualche anno fa, quando subentrò
mio figlio Antonio. In seguito mi sposai
con Jole che, da un lavoro amministrativo,
passò con coraggio alla gestione della
cucina assieme a me. Il ristorante attraversò
fasi alterne di miglioramento, fino
agli anni del boom economico, dove la cucina
tornò ad essere un centro di civiltà.
Un episodio che segnò un punto di svolta
avvenne nel 1964 quando Dino Villani organizzò
un grande evento culturale e culinario a Palazzo
Te, a Mantova, in occasione di una mostra
di Mantenga. Venne organizzato un pranzo faraonico;
in cucina c’era Angelo Berti, che diede
il nome alla scuola di Chievo, ed io come
suo luogotenente. Da quei tempi, il ristorante
ha fatto molta strada e ha visto passare molti
personaggi famosi. Conservo una collezione
di penne lasciate da giornalisti e scrittori
di fama, tra i quali Monelli, Brera, Montanelli...
Addirittura Hemingway faceva sempre tappa
qui. Pane
e cultura, insomma...
Questo locale è fatto così.
Poggia su fondamenta romane e sotto la tovaglia
c’è una pagina di storia. Qui
aleggia lo spirito di Barbarani e fu qui,
durante una riunione del circolo “Vita
Veronese” che il critico Vera Meneguzzo
lanciò l’idea di realizzare la
statua alla memoria del grande poeta veronese
che, anche grazie al nostro contributo, adesso
campeggia in un angolo di piazza Erbe. Parliamo del premio letterario che ha sede
qui, ai Dodici Apostoli... Si tratta di un premio letterario di livello
nazionale che, quest’anno, festeggia
i trent’anni di esistenza. Molti autori
premiati hanno lasciato qui le loro penne
formando una collezione davvero originale
e suggestiva. A proposito, ecco un aneddoto
simpatico: una volta portai in cantina una
coppia di tedeschi, mostrai loro gli scavi
e vidi che erano attratti da tutte queste
penne d’autore. Raccontai allora del
premio e delle sue varie edizioni, al che
l’uomo esclamò che dovevamo assolutamente
fare qualcosa insieme: era il presidente mondiale
della Monbtlanc che, da allora, ci aiuta a
fare questo premio. Come funziona
il premio? La giuria, composta da Biagi, Sergio Romano,
Luca Goldoni, Giulio Nascinbeni, Meocci, Lorenzetto,
Reggiani, Marzio Breda e altri - in tutto
sono 12 - decide il nome del premiato in base
ad un tema proposto. L’ultimo è
stato Paolo Mieli, direttore del Corriere
della Sera, con il libro “Storia della
prima Repubblica”. Il menù della
premiazione era a tema: l’antipasto
del referendum, la zuppa dell’assemblea
costituente, ravioli alla De Gasperi, il piatto
del Quirinale e il dolce disegnato da Paolo
Paschetto, il disegnatore del simbolo della
Repubblica.
Altre iniziative? Un’altra bellissima cosa ideata
da Dino Villani e da noi ripresa l’anno
scorso, è il “Premio dalla gavetta”,
un riconoscimento a persone che hanno cominciato
mangiando nella gavetta e hanno raggiunto
risultati importanti mantenendo la modestia.
Il premio è una gavetta vera e, l’ultima
volta, è stato dato a Remigio Marchesini,
del Pastificio Avesani. Una particolarità
del premio è che il vincitore deve
poi elargire un obolo ad un ragazzo che sta
iniziando la gavetta adesso. Rivolgiamo
alcune domande ad Antonio Gioco che contribuisce
a far rimanere questo ristorante una leggenda
veronese. A lui chiediamo quali cambiamenti
sono avvenuti e quali altri avverranno.
Qui lavorano molti cuochi giovani, che devo
tenere un po’ a briglia per non stravolgere
troppo le cose. Non condivido infatti la scelta
di certi ristoratori di operare cambiamenti
radicali. Nella nostra cantina ho scritto
una frase che dà il senso del mio pensiero:
“Quando bevi un sorso d’acqua,
pensa alla fonte”. Abbiamo cambiato
cautamente alcune cose cercando di mantenere
sempre lo stesso feeling. L’altro giorno,
per esempio, abbiamo sostituito i lampadari
vecchi di sessant’anni senza che i clienti
se ne accorgessero. Stessa cosa in cucina:
si cambiano alcuni ingredienti e si introducono
alcune novità, ma i nostri piatti classici
rimangono sempre nel solco della tradizione.
Come a noi piace andare a Bolzano e trovare
i canederli, per esempio. Ogni regione ha
un suo patrimonio gastronomico straordinario
che, come avviene per la lingua, l’architettura
e il paesaggio, va salvaguardato.
Cosa ha portato di suo Antonio?
A me piace stare nell’ombra continuando
a costruire in modo creativo. È un
modo per divertirsi lavorando e per dare una
dimensione più completa all’offerta
culinaria. Il rapporto con il personale è
molto importante per me; bisogna motivarlo
perché sia direttamente interessato
al bene del cliente. Il lavoro è duro
e quello che vede il pubblico è solo
la punta dell’iceberg. Dietro c’è
tutta una situazione da gestire. I vari premi,
i menù ed altre iniziative sono i tasselli
che fanno la storia del ristorante e che incentivano
anche il personale, che si diverte ad assistere
e a contribuire a questi eventi. Io punto
molto sulla meravigliosa cantina che si trova
sotto il ristorante, perché qui s’instaura
un rapporto diverso con il cliente. Il luogo
emoziona molto italiani e stranieri: l’idea
di trovarsi su una strada del 50 dopo Cristo,
dove avrebbe potuto realmente camminare uno
dei 12 apostoli non lascia indifferenti. Come
è stato crescere in un luogo come questo?
Quando ero piccolo, alle sei di sera, mentre
i camerieri mangiavano e il resto del ristorante
era buio, ricordo che facevo una specie di
percorso di guerra sotto i tavoli, finché
non sbucavo in cucina. Una volta cresciuto
facevo il cameriere qui d’estate, alle
dipendenze del capo cameriere, con la mia
giacchetta e la farfallina bianca. In seguito
ho finito la scuola e sono venuto a
lavorare di nuovo qui. Ho iniziato l’università
di Giurisprudenza a Modena fino a quando,
un giorno, mio padre è dovuto andare
in Svizzera a fare una trasmissione alla Radio
Svizzera Italiana e mi ha chiesto di sostituirlo
durante la sua assenza. Sono venuto a casa
da Modena e non ci sono più tornato.
Ora questo è il mio mondo, che condivido
con Simonetta, mia moglie.Ho continuato vivendo
e respirando tutta la storia di questo ristorante.
Ieri sera due inglesi hanno voluto sapere
da quanto tempo fossi qui. Quando ho risposto
che ci sono nato ho notato che per loro era
una cosa stranissima e molto bella. Come avviene il passaggio del testimone
da Giorgio ad Antonio Gioco? La mia filosofia, come ripeto,
è quella di mantenere un ponte con
il passato. Mi capita a volte di fare dei
menù particolari e sentire la gente
che dice: “Caspita, si vede che qui
c’è la mano di Giorgio!”.
Io sto zitto, sorrido e dentro di me sono
contento perché constato che c’è
continuità e questo, per me, è
la cosa più bella. Mio padre è
un simbolo della veronesità anche se
non sempre viene capito fino in fondo.
È amato da tanti perché è
al di sopra di tutto, compresa la politica,
però a mio avviso dovrebbe essere più
ascoltato, specie quando ha qualche idea e
la lancia alla piazza.