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GIOVANI   

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Bye bye, mammà!
 
Tutti a Londra con un volo low cost. Per realizzare se stessi o per fuggire da un’Italia provinciale, in cui lavorare è un lusso che si paga a testa bassa.

Abbandonano paesi, amici, famiglia, talvolta il lavoro, tutte le loro certezze, per trasferirsi all’estero, verso l’ignoto, non per una necessità materiale ma per un’esigenza esistenziale. Sono i giovani italiani d’oggi che considerano l’esperienza all’estero una fase importante per la loro crescita e maturazione. Il viaggio, inteso come bisogno irrinunciabile di scoprire sé stessi, il viaggio come ricerca interiore e come espressione di una feconda inquietudine. A Londra per dare un taglio alla monotona routine provinciale e alla chiusa mentalità italiana. A Londra in cerca di autorealizzazione, cambiamento, indipendenza, libertà, evasione, opportunità, gratificazioni lavorative, confronto, nuove amicizie. Sembrano queste le ragioni di fondo che spingono migliaia di giovani italiani a lasciare ogni anno il Bel Paese per la terra d’Albione. Una fuga spesso mascherata dal pretesto di imparare una lingua ma che cela un’insoddisfazione verso l’Italia.

«Noi giovani non vogliamo certezze, vogliamo indipendenza, vogliamo realizzarci con le nostre forze – afferma Claudia Ricci, 31 anni, laureata in Lingue con master in Biblioteconomia –. I genitori spesso ci ricordano: «Guarda che qui stai benissimo», ma il benessere è relativo alle proprie aspirazioni. Non è sufficiente avere l’automobile o una casa bella se poi si fa un lavoro che non piace e non dà soddisfazioni». Claudia, originaria di Bagnacavallo, in provincia di Ravenna, è in Inghilterra dal febbraio del 1997, prima a Edimburgo poi a Oxford e Reading; ammette che spesso i giovani si trasferiscono a Londra per un’insofferenza dovuta a crisi di studio, bisogno di staccarsi da un ambiente dove è ancora la famiglia che controlla la vita del giovane. «Io ho voluto dare un taglio netto al passato, ho voluto rompere con la vecchia mentalità. L’alternativa era di venire a Londra visto che Roma o Milano erano altrettanto costose. È stata una scelta semplice perché avevo studiato lingue. È una città in cui ci sono grosse biblioteche, pubbliche e private, con grandi tradizioni e collezioni. Ora lavoro presso la London Library, e sono responsabile della Collezione russa e italiana. Qui ci sono più ruoli e mansioni che difficilmente si trovano in Italia. Ci sono molte più opportunità, e le persone qualificate possono fare lavori veramente speciali». Londra diventa così, per il giovane italiano, un trampolino di lancio verso una carriera lavorativa spesso sognata.

LA SINDROME DEL FUGGITIVO

«Ci sono due tipi di giovani italiani all’estero: c’è chi scappa dall’Italia perché vi è costretto, per mancanza di lavoro o problemi vari, e chi decide di lasciarla per una nuova esperienza di vita – dichiara Sergio Pepe, trentanovenne, originario di Avellino, laureato in Scienze Politiche, a Londra da più di sei anni –. Io penso di stare in una via di mezzo. Ero insoddisfatto della mia vita in una piccola realtà di provincia, e allo stesso tempo ho voluto allargare la mia esperienza e cercare un lavoro migliore. Le mie speranze erano semplicemente quelle di potermi creare la vita che volevo – prosegue Sergio –. Di Londra apprezzo il multiculturalismo e il sistema lavorativo basato sulla meritocrazia. In qualsiasi lavoro si è rispettati per quello che si fa, non per la posizione gerarchica occupata». Come per molti giovani, l’inizio non è stato semplice ma speranzoso «nei momenti più duri, ho sempre avuto l’impressione che le cose, alla fine, sarebbero migliorate». Anche per Sab Knight, ragioniere di 33 anni, di Sona, in provincia di Verona, la realizzazione delle proprie aspirazioni è alla base del viaggio che lo ha portato a Londra quattro anni fa. Di padre inglese e madre italiana, Sab esclama: «sono riuscito a realizzare quello che volevo in soli tre anni. Qui la possibilità di fare carriera non è basata su chi è tuo padre, zio o nonno. Essere importanti per una ditta, una carriera senza condizioni, avere una casa di proprietà senza chiedere l’elemosina alle banche» sono gli effetti desiderati dell’aperta mentalità anglosassone che ben si adatta alle esigenze del giovane italiano. «Nel mondo del lavoro – conclude Sab – i capi ti rispettano e ti trattano da pari, non come in Italia». Della stessa opinione è Roberto Castiglioni , 27 anni, laureato in Economia, master alla Bocconi: «sono venuto a Londra in cerca di stimoli nuovi e di opportunità, ma soprattutto di un lavoro appagante. In Italia c’era, e c’è, ancora molta sudditanza verso il datore di lavoro. Sembra che chi ci offre un lavoro ci stia facendo un piacere, mentre a Londra è un’opportunità. Ho lasciato l’Italia per la voglia di lavorare in un ambiente internazionale e la passione per l’inglese. Ma è stata anche una prova di vita. Volevo mettermi in gioco e misurarmi». Dimostrare al mondo di che pasta si è fatti. «Non dimenticherò mai nessun particolare di quel giorno che ho lasciato mamma per l’incognito. All’epoca non mi rendevo conto di cosa stavo per combinare; mi sembrava tutto facile, stirarmi le camicie, cucinare, pagare i conti, fare la spesa. Fino ad allora la mia spesa al supermercato era costituita da birra, vino, patatine, pollo arrosto e salumi vari. Mai comprato in vita mia un detersivo per la casa o per la lavatrice o la carta igienica, per non parlare di filo e aghi per rammendare. Che sensazione strana, non dormire più nel mio letto, non mangiare più al tavolo con la famiglia, non poter confidare in nessuno per un aiuto. Sull’aereo un mix di emozioni, eccitamento, paura, voglia di scoprire e di crearmi una vita contando solo sulle mie forze. Sapevo che avrei sofferto la mancanza dell’ambiente che mi aveva cresciuto, ma dentro di me avevo una grande voglia di conoscere gente nuova. Mentre l’aereo si faceva spazio tra le nuvole, sentivo staccarsi quel cordone ombelicale che mi aveva nutrito per 23 anni. Sentivo che mi stavo lasciando alle spalle tutte le mie sicurezze, per compiere un passo verso l’ignoto, l’insicuro, l’incerto. Si dice che partire è un po’ come morire, decisamente con quel volo è nata una nuova persona».

lingua, lavoro e indipendenza

«Ho lasciato l’Italia per vedere con i miei occhi quello che una grande città poteva offrirmi: a Londra, alla ricerca di un lavoro gratificante e ben retribuito – esordisce Raffaele Viggiano, originario della provincia Caserta, 26 anni, laureato in Economia, da pochi mesi in Inghilterra –. Londra fondamentalmente per due motivi: il primo riguarda la lingua, che ho studiato e che volevo perfezionare; il secondo riguarda le prospettive di lavoro che questa città offre per un laureato come me. Nel lungo periodo spero di poter lavorare “in giacca e cravatta” in qualche importante azienda».

La speranza è il filo conduttore riproposto anche nel cortometraggio Il Volo realizzato da Stefano Rosatelli, artista trentatreenne. Un breve documentario sull’emigrazione giovanile italiana del XXI secolo a Londra basato su una serie d’interviste a giovani tra i 20 e i 35 anni. Dopo aver tentato invano di promuovere i propri scritti in Italia, Stefano ha deciso di emigrare all’estero infoltendo la schiera degli italiani in Gran Bretagna. «Ho lasciato Roma perché cercavo indipendenza, una mentalità diversa e perché, purtroppo, da noi le “conoscenze” sono ancora fondamentali per fare carriera. Anche se avrei avuto una vita più agiata in Italia, qui ho speranza, c’è l’opportunità e la possibilità di fare quello che voglio». L’insoddisfazione lavorativa e la speranza di veder realizzati i propri desideri da una parte, l’economicità dei collegamenti aerei dall’altra, portano sempre più giovani a fare la valigia e a partire. Un viaggio di maturazione e di realizzazione, dunque, ma è un peccato notare che le nuove generazioni si sentano intrappolate in un sistema antiquato. Ci auguriamo che questo periodo all’estero non si trasformi in un distacco definitivo, nel qual caso questo fenomeno d’emigrazione sarebbe preoccupante e meriterebbe un’analisi più approfondita anche da parte della classe politica italiana.

Michele Grigoletti
Messaggero S. Antonio Edizione per l’Estero

L’articolo è riportato per gentile concessione dell’editore Messaggero di Sant’Antonio - edizione italiana per l'estero - periodico cartaceo a cadenza mensile, distribuito in 50.000 copie tra le comunità italiane all’estero.

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