Sono migliaia quelli che reputano
non più possibile il loro rientro in Italia.
E chi torna non è un fallito: considera
la permanenza a Londra solo una parentesi della
propria vita.
Se partire (e lasciare l’Italia) segna
l’inizio di un viaggio alla ricerca
di autoaffermazione e di realizzazione, come
abbiamo riscontrato nelle due parti già
pubblicate della nostra inchiesta, ritornare
in Italia significa che il viaggio è
giunto alla sua conclusione, che cioè
la ricerca ha avuto buon esito e che gli obiettivi
prefissati sono stati raggiunti. In questa
semplice equazione, che semplice non è,
c’è un assurdo di base. Se l’Italia,
per i giovani che la lasciano, rappresenta
nepotismo, assenza di opportunità,
difficoltà di inserimento nel mercato
del lavoro, precarietà, impossibilità
di mettersi in proprio, difficoltà
di ottenere un mutuo dalla banca, Londra e
la Gran Bretagna rappresentano tutto l’opposto:
opportunità e realizzazione.
Per il giovane italiano che all’estero
è riuscito ad affermarsi professionalmente,
ma non solo, rientrare nella realtà
precedentemente rifiutata non avrebbe alcun
senso. Un ragionamento questo per niente assurdo.
Sono migliaia, infatti, i giovani che ogni
anno lasciano l’Italia, come altrettanto
numerosa è la quantità di questi
che considerano il viaggio all’estero
un viaggio di sola andata, senza ritorno.
Chi sono i giovani che non ritornano?
Quali sono i motivi della loro decisione?
I giovani che non ritornano sono quelli che
hanno resistito alle iniziali difficoltà
d’inserimento, e dopo i primi due anni
di sacrifici, fatti di lavori umili, retribuzioni
minime, abitazioni sovraffollate, sono riusciti
nel loro piccolo ad auto-affermarsi e a dimostrare
a loro stessi il proprio potenziale. Sono
ragazze trentenni che ritengono difficile
il reinserimento nel tessuto economico italiano;
l’essere donne in età criticamente
feconda è lo svantaggio che agli occhi
del datore di lavoro, proprietario di un’azienda
privata italiana, impedirebbe loro di ottenere
un lavoro gratificante. Sono nella maggioranza
dei casi giovani laureati che, dopo una lunga
permanenza nelle università italiane,
dopo aver sperimentato il sistema lavorativo
britannico basato sulla meritocrazia, e aver
così ottenuto un lavoro ben retribuito
e appagante, non sono più pronti a
compromessi e non sono più pronti a
rientrare in una cultura (italiana) dove il
lavoro è ancora inteso come un favore
e non come un’opportunità. Nell’assurdo,
il raggiungimento delle aspirazioni e degli
obiettivi del giovane, si trasforma nell’inevitabile
punto di non ritorno.
«Mi piacerebbe rientrare in Italia,
però mi spaventa l’idea di ritornare
a lottare per ottenere ciò che merito
o semplicemente per trovare un’occupazione
che mi piace», afferma Monica Costa,
34 anni. «Tornare in Italia? Qualche
volta ci penso ma non ci sono le condizioni
giuste, non c’è crescita economica,
non ci sono speranze per noi giovani»,
dichiara Claudia Ricci, 31 anni, laurea in
Lingue. «Rientrare in Italia, alla mia
età? E che prospettive lavorative avrei?
Dopo i 30-33 anni è impossibile trovare
un impiego in Italia! E poi, dopo un anno
in Germania e 14 qui a Londra, nel mio caso,
non mi sento né inglese né italiana»
dice Sonia Comincini , 36 anni, interprete.
«Ritornare definitivamente in Italia?
Ogni tanto ci penso ma poi guardo un po’
di Tv italiana e mi passa la voglia. Penso
di ritornarci solo quando inizierà
a pesarmi la vita che faccio a Londra»,
ammette Sergio Pepe , 39 anni, laurea in Scienze
Politiche con il massimo dei voti.
«Per ora non voglio ritornare –
afferma Luca Frassinetti , 32 anni –.
Il lavoro in Italia è un problema:
alcuni amici mi dicono che è difficile
trovare lavoro dopo i 35 anni. Ritornerei
solo se i miei genitori avessero bisogno di
me», conclude Frassinetti.
Sono molti, forse troppi, i giovani italiani
residenti in Gran Bretagna da ormai 5, 10,
15 anni che non considerano più possibile
un rientro in Italia e, anche se non chiudono
la porta completamente ad un ritorno definitivo,
sembra evidente che più il tempo passa
e più il loro ritorno è per
tutti una vana speranza.
«Tornerò sicuramente, il problema
è definire quando – dichiara
Roberto Serra , 31 anni, laurea in Ingegneria
–. Per ora ritengo di dover fare ancora
esperienza qui. L’esperienza all’estero
e la conoscenza della lingua inglese sono
molto ben valutate in Italia». Il lavoro
sembra essere la condizione necessaria ma
non sufficiente per ritornare in Italia, il
posto di lavoro deve essere ben pagato e soprattutto
gratificante, caratteristiche senza le quali
è impensabile ritornare.
«Ritornerò in Italia solo quando
l’esperienza di lavoro maturata in Inghilterra
mi permetterà di acquisire un lavoro
gratificante, che non mi costringa a troppi
compromessi – dichiara Tullia Bellantuomo
, 28 anni, laurea in Lingue –. Ho già
vissuto all’estero per periodi più
o meno brevi, e tutte le volte che sono tornata
in Italia me ne sono pentita. È un
problema riadattarsi ai ritmi di vita completamente
diversi e alla mentalità chiusa»,
aggiunge Bellantuomo.
Ben pagati oppure non se ne fa niente!
«Tornerei subito in Italia solo a condizione
di trovare un lavoro ben pagato, di circa
100 mila euro all’anno – esclama
Rita Bauce , 32 anni, laureata in Pubbliche
Relazioni –. Ho pensato di ritornare
in Italia solo all’inizio della mia
permanenza in Gran Bretagna, nei momenti difficili,
di sconforto, quando ero senza soldi»,
ma la paura di non trovare un lavoro l’aveva
frenata. «A Padova non ci torno se non
ho un lavoro, anzi tutti gli amici che sono
tornati in Italia, dopo 6-7 mesi di ricerca
infruttuosa, sono ritornati a Londra. Dopo
i 32 anni chi mi prende? – si domanda
Bauce –. Come donna è difficile
trovare un’azienda privata che ti assuma,
molti datori di lavoro quando assumono una
ragazza considerano l’età, il
fatto che possa avere dei figli, e se possono
ti evitano». Ma nel famoso Nord-Est
il lavoro non manca: «ci sono molti
lavori per operai specializzati e nella vendita
ma non molti per noi laureati», e la
scelta sembra quindi restringersi; «molti
lavori sono a tempo determinato – prosegue
Bauce – durano solo 3-4 mesi»,
e subentra così di nuovo l’angoscia
di rimanere senza lavoro.
«Ritornare in Italia? Ci ho pensato,
ma la decisione che ho preso qualche mese
fa di mettermi in proprio mi ha fatto desistere
– afferma Galdina Baruzzo 47 anni, stilista
– a meno che altre esigenze lo richiedano,
dopo anni di vita a Londra, bisogna avere
una motivazione valida per ritornare indietro».
Forse ha ragione Baruzzo, per chi ha saputo
ricostruirsi una vita, per chi ha visto realizzati
i propri desideri, per chi ha saputo affermarsi
professionalmente e si è formato una
famiglia, che senso ha abbandonare di nuovo
tutto, ritornare in Italia e ricominciare?
Bisogna avere una motivazione più che
valida; bisogna avere coraggio. Lo stesso
coraggio che 5, 10, 15 anni prima aveva portato
gli stessi giovani a fare la valigia e a trasferirsi
a Londra.
Ma ritornano solo gli sconfitti? «Chi
parte non pensa necessariamente al ritorno
– afferma Riccardo Grigoli , 35 anni,
3 anni vissuti a Londra, rientrato definitivamente
in Italia 4 anni fa –. Se lasciare la
realtà natia per un’altra ha
un significato, lasciare quella nuova tanto
precedentemente idealizzata significa che
cambiamento non rappresenta necessariamente
miglioramento, che probabilmente le opportunità
di cui si parlava non sono state realizzate
o che in fondo è più facile
realizzarle nel proprio habitat. Magari dopo
un percorso formativo di crescita, il viaggio
appunto. La mia permanenza a Londra –
prosegue Grigoli – è stato un
periodo importante della mia vita, un periodo
che mi ha visto fare alcuni sacrifici per
coniugare studio della lingua, lavoro in albergo
e vita privata, ma che alla fine mi ha ripagato
con esperienze gratificanti e formative, sia
in ambito professionale che più strettamente
personale». Più che difficoltà
di re-inserimento bisogna quindi parlare di
convenienza di re-inserimento. Ciascuno dei
giovani intervistati tornerebbe volentieri
in Italia solo se avessero la possibilità
di mettere in pratica, con la stessa gratificazione
professionale, la propria creatività
ed esperienza. Vale la pena domandarci perché
la dignità di un buon posto di lavoro,
debba ancora essere negata in Italia. Una
domanda che milioni di italiani negli ultimi
100 anni si erano posti e che forse noi tutti
ci eravamo illusi di non doverci più
chiedere. Sbagliando.
Michele Grigoletti Messaggero S. Antonio Edizione per l’Estero
L’articolo è riportato per gentile
concessione dell’editore Messaggero di
Sant’Antonio - edizione italiana per l'estero
- periodico cartaceo a cadenza mensile, distribuito
in 50.000 copie tra le comunità italiane
all’estero.
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