Illusioni, fortune e sacrifici dei giovani
italiani a Londra sapientemente raccontati
nel romanzo Maba Ratta
«Sì vabbè il tempo è
inclemente, ma siamo al centro del mondo.
Si mangia da schifo ma tanto siamo al centro
del mondo. Tutto costa carissimo ma tanto
siamo al centro del mondo. L’acqua vale
oro e non si trova ma tanto siamo al centro
del mondo. Non sopporto più gli italiani
più inglesi del re: gli entusiasti
a tutti i costi» così nelle ultime
pagine del romanzo Maba Ratta, viene descritta
Londra, una delle città che nell’immaginario
collettivo è considerata tra le più
“vive” al mondo.
Maia Guarnaccia Molho trentunenne scrittore
italiano, laurea in Filosofia all’Università
di Perugia, è riuscito per la prima
volta a razzionalizzare gli ultimi otto anni
trascorsi in terra d’Albione e a trasportare
in forma letteraria l’esperienza e la
storia, autobiografica, del tipico giovane
italiano a Londra.
L’originalità dello scritto sta
nel fatto che questa è appunto un’avventura
universale perchè simile alle migliaia
di altre storie vissute e maturate da giovani
italiani che ogni anno lasciano i loro paesi
per andare alla ricerca di qualche cosa, non
solo semplici esperienze lavorative. Maia,
cresciuto tra Italia, Germania e Inghilterra
considera Londra una città-Stato, un
porto d’approdo per milioni di anime
di diverse culture, dove si è stranieri
tra stranieri e grazie al suo sguardo oggettivo
abbiamo cercato di capire cosa significasse
essere giovani italiani a Londra.
Londra è meta di un costante
“pellegrinaggio” di giovani italiani,
che cosa rappresenta questa metropoli nell'immaginario
giovanile?
Guarnaccia Molho. È l’occhio
del ciclone, il centro delle cose. Londra
attira e attrae per inerzia. Anche da capitale
decaduta di un antico Impero riesce a essere
un centro focale internazionale. È
un palcoscenico dove i giovani sono chiamati
a recitare il più impegnativo dei saggi
di fine anno. È il passaggio necessario
nel processo di sprovincializzazione culturale.
Credo che i giovani italiani, o spagnoli,
se non portoghesi siano consapevoli di provenire
da quelle che oggi sono considerate provincie
dell’Impero Occidentale, di conseguenza
sentono la necessità di andare a visitare
i santuari del potere, di cui Londra, con
New York, Tokyo e tra poco Shanghai sono sicuramente
le capitali.
Nel libro affermi "Qui non ci
sono ossa da farsi, c'è solo da correre
sempre. Se questa città non la seduci,
ti spolpa vivo". A cosa vanno incontro
i giovani italiani?
Londra ti mostra i tuoi limiti. Ti da, a
tue spese, la possibilità di conoscere
le frontiere della propria personalità.
In Maba Ratta descrivo questo atteggiamento
come “Politica d’irrobustimento”.
Molti ragazzi si recano a Londra per
imparare l'inglese. In realtà alla
base di queste partenze sembra esserci un
malessere di fondo. Il viaggio all'estero
come espressione di questa inquietudine?
La maggior parte degli italiani che si recano
a Londra per apprenderne la lingua spesso
ritornano in Italia parlando spagnolo o portoghese,
nel migliore dei casi, o idiomi del dialetto
veneto o napoletano, a seconda di chi si sono
trovati come coinquilini. L’apprendere
l’inglese è solo un pretesto.
Dietro a questi viaggi c’è una
curiosità di fondo. Si vuole entrare
in contatto con l’Altro.
Fuggire da chi e da che cosa?
Non credo si possa parlare di fuga, semmai
di inquietudine di fondo. Per Pascal il tormento
umano era sintomatico del fatto che una persona
non potesse rimanere chiusa in una stanza
per lungo tempo. Siamo spinti a viaggiare,
a scoprire, anche senza rendercene conto.
Molti lo fanno passivamente, incollati davanti
le tv a ingollarsi di reality show, altri
si spostano a Londra da dove i reality
show provengono. Siamo animali intelligenti.
Come i polpi, che di fronte a uno specchio
gli girano intorno per vedere cosa c’è
dietro. Chi và a Londra, a prescindere
dal ceto sociale e dal livello culturale vuole
vederci più chiaro, attirato dalle
mille luci della città.
Nel tuo romanzo Maba Ratta hai voluto
esprimere lo stato d'animo del giovane esiliato.
Quali le caratteristiche essenziali?
L’esilio di cui parlo è un esilio
esistenziale, in una fase delicata della vita,
non è per forza un esilio geografico.
Tra l’altro si parla di un esilio relativamente
privilegiato. Il vero esilio, quello di un
forzato da eventi bellici o politici è
ben altra cosa. Ho la presunzione di credere
che questa storia possa essere universale,
che diverse generazioni ci si possano immedesimare.
È la storia dell’incontro con
l’altro, tramite se stessi. La lotta
tra la superficialità della quotidianità
e la sensibilità del proprio animo.
Per banale che possa sembrare credo che sia
un tema di interesse generale. Non esprimo
giudizi, osservo una realtà di cui
mi è difficile afferrarne l’etica.
Quali le caratteristiche dei giovani
italiani che a Londra hai conosciuto?
Generalizzando gli italiani a Londra sono
visti o come pizzaioli o come finanzieri.
In realtà negli anni gli italiani hanno
stravolto le abitudini e i costumi locali,
regalando a un popolo pragmatico e battagliero
come quello inglese il gusto per le piccole
cose. Il lifestyle italiano ha prevalso. Credo
che sia uno dei rari casi in cui il marketing,
il potere economico o addirittura bellico
non abbia prevalso nei confronti della diffusione
di un modello culturale. Cappuccini, lambrette,
e la riscoperta del Chianti rappresentano
un successo non marginale.
I ragazzi italiani si sono facilmente
inseriti nel tessuto economico della capitale,
ma sono veramente integrati nella società
inglese?
All’inizio dell’esperienza all’estero
c’è la voglia e l’energia
di fare amicizia con i locali, poi subentra
lo sconforto di fronte alle prime difficoltà
oggettive (lavori indecorosi, alloggi indegni,
caro vita, lontananza dagli affetti), che
porta al ricrearsi un nucleo di persone con
cui condividere disillusione e nostalgie patriottiche.
Chi supera questo secondo stadio diventa un
cittadino del mondo, chi non ci riesce o ritorna
a casa indebolito o diventa un emigrato, come
milioni di indiani, turchi, cinesi e nigeriani
che si sono creati quartieri a loro immagine
e somiglianza.
La lunga permanenza all'estero che
rischi e conseguenze può avere sull’identità
del giovane italiano?
Vivere all’estero ti offre il privilegio
di osservare il proprio Paese da un punto
di vista inusuale. Se ne cogli la magia qualsiasi
tipo di permanenza ti arricchisce dal punto
di vista umano. Si possono smussare dei lati
del proprio carattere, e anche le idiosincresie
nei confronti del Paese d’origine possono
mutare. Come per la Storia senza una coscienza
delle tradizioni è impossibile costruire
un futuro migliore, lo stesso vale nel rapporto
con il Paese d’Origine: mai rinnegarlo.
Rappresenta le tue fondamente, senza le quali
un palazzo crolla.
Michele Grigoletti Messaggero S. Antonio Edizione per l’Estero
L’articolo è riportato per gentile
concessione dell’editore Messaggero di
Sant’Antonio - edizione italiana per l'estero
- periodico cartaceo a cadenza mensile, distribuito
in 50.000 copie tra le comunità italiane
all’estero.
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