La comunità italiana in Scozia ha
raggiunto la quarta e la quinta generazione.
Sono circa 30 mila gli italiani residenti.
L'arrivo degli italiani in Scozia, in numero
relativamente cospicuo, si colloca alla fine
del XIX secolo come parte di un processo d'«emigrazione
a catena» attraverso il quale i primi
immigrati che si erano già affermati,
mandavano a chiamare parenti e compaesani
per lavorare nelle loro attività. Grazie
a questo tipo d'emigrazione, si sono sviluppati
forti legami tra aree d'insediamento e specifiche
regioni in Italia che si riflettono oggigiorno
con la presenza di associazioni regionali
quali i Lucchesi nel Mondo e i Laziali in
Scozia o gemellaggi che uniscono città
di entrambi i Paesi quali Torino-Glasgow e
Firenze-Edimburgo. «Le due componenti
più ampie - spiega infatti Ennio Troili,
direttore dell'Istituto Italiano di Cultura
di Edimburgo - provengono da Barga e Picinisco»:
in provincia di Lucca la prima, e di Frosinone
la seconda. «La nostra collettività
- prosegue Troili - è bene integrata
e gode di una buona posizione economica e
di molto rispetto. I nostri connazionali sono
legati all'Italia dove trascorrono in parte
le loro vacanze, mantengono l'orgoglio di
essere italiani anche se per i più
giovani il legame rimane di natura sentimentale».
Con questa breve premessa iniziamo la nostra
analisi sull'identità culturale dei
giovani italo-scozzesi. Ne abbiamo parlato
con Alessandro Nardini, 32 anni, di Largs,
paese sulla costa ovest, ad un'ora da Glasgow.
«Sono nato in Scozia ma le mie radici
sono in Italia – esordisce Alessandro
–, quindi la mia identità è
un qualcosa di poco chiaro. Mi piace pensare
di aver preso in prestito i tratti migliori
di entrambe le culture, lo spirito scozzese
e il senso del fair-play da una parte, l'importanza
della famiglia e l'amore per la gastronomia
dall'altra. Crescere in Scozia da una famiglia
italiana ha certamente modellato la maniera
di vedere l'ora dei pasti. Era sempre alle
7 in punto e tutti insieme, lo ricordo sempre
come il momento clou della giornata. Ancora
oggi mangiamo insieme ed ugualmente in grande
quantità. A scuola - prosegue - è
stato difficile qualche volta, visto che il
nome e la carnagione mi facevano uscire dalla
norma, ma mai in maniera scomoda, se penso
a quello che mio padre e mio nonno hanno sopportato
durante la loro permanenza, i miei problemi
diventano insignificanti. Le radici italiane
hanno certamente influito sulle mie scelte
di vita, la famiglia, per esempio, è
al primo posto. Lavoro nella mia piccola attività
familiare e senza rammarico». Alessandro,
laurea in Marketing Internazionale e I.T.
presso l'Università di Paisley, dirige
il Seaview Café in Wemyss Bay: «il
menu è per palati scozzesi anche se
le lasagne fatte in case da mia madre sono
molto richieste». Sul concetto di doppia
identità, Alessandro ammette: molto
spesso uno può sentirsi distaccato
sia in Scozia sia in Italia. C'è un
senso di accettazione in entrambe ma quasi
mai una totale appartenenza, sensazione quest'ultima
che troveremo comune a molti altri intervistati.
Alessandro è inoltre l'ideatore del
sito internet www.scotsitalian.com dedicato
alle molte famiglie italiane che hanno fatto
della Scozia la loro nuova casa: la maggioranza
delle informazioni sul sito provengono da
racconti ed esperienze di vita fatte da familiari,
amici di mio padre e personaggi che ho incontrato
durante la giovinezza, molti dei quali sono
ora tristemente scomparsi. Penso sia importante
- sottolinea Alessandro - raccogliere e registrare
questi fatti, visto che l'identità
si diluisce attraverso le generazioni».
Gli fa eco una ragazza: «Non sono la
tipica italo-scozzese - afferma Tanita Casci,
laurea in Genetica, 30 anni di Glasgow - sono
nata e cresciuta in Scozia da genitori italiani
ma all'età di 12 anni la mia famiglia
è ritornata in Italia. Ho fatto le
scuole medie e il liceo scientifico, e a 20
anni sono ritornata in Gran Bretagna: prima
a Glasgow, poi a Cambridge e ancora a Glasgow.
È chiaro che ho avuto una maggiore
esposizione alla cultura italiana rispetto
a molti italo-scozzesi – aggiunge Tanita,
vincitrice del primo Pontecorvo Prize per
la genetica, premio intitolato all'inventore
della genetica moderna, Guido Pontecorvo –.
Il mio italiano è fluente e raramente
mi pongo domande sulla mia identità,
che è innegabilmente una mescolanza
di entrambe le culture, con quella scozzese
predominante al momento. Da bambina è
sempre stato un po' imbarazzante essere differente
dagli altri, ma non c'erano barriere per mescolarsi
con i “veri” scozzesi, ed è
precisamente quello che io e la mia famiglia
abbiamo fatto. È bello essere capaci
di adottare e incorporare nella propria vita
gli aspetti che più ci piacciono di
entrambe le culture», come l'umorismo
inglese e la cucina italiana ci confida Tanita.
«L'Italia per me rappresenta il cibo,
la famiglia e il senso del divertimento. Famiglia
e amici sono valori importanti nella scala
delle priorità degli italiani, e la
loro generosità verso questi è
ineguagliabile. Mi piace la Scozia per la
varietà di persone e culture, e per
l'atteggiamento liberale che vi si trova,
l'Italia invece è piuttosto omogenea,
conservatrice e conformista, ed è proprio
per questo che ho preferito vivere qui. L'unica
piccola complicazione di essere un'italo-scozzese
- conclude Tanita - è che in Scozia
non sono ritenuta una vera scozzese e in Italia
sono sempre l'inglesina. Non c'è via
di scampo: sarò sempre un po' entrambe».
Un'interessante soluzione a questa multiappartenenza
che talvolta crea un senso di smarrimento
viene da Sergio Casci, famoso scriptwriter
italo-scozzese di Glasgow, il quale propone
l'affascinante idea di una terza entità
rappresentata dalla fusione delle due culture
e la conseguente creazione di un nuovo “essere”.
«Ero più che trentenne quando
ho trovato la risposta alle mie incertezze
- scrive Sergio in un articolo pubblicato
per la rivista Italia & Italy -. Non ero
né uno scozzese con un cognome strano
né una brutta copia delle persone che
incontravo in vacanza, nel paese natio dei
genitori. L'identità era diventata
chiara: ero uno di razza. 100% italo-scozzese!
Per me quella fu una rivelazione – prosegue
–: finalmente non dovevo più
giustificare perché ero orgoglioso
delle mie radici e non dovevo più scusarmi
per le imperfezioni linguistiche. Dopo tutto
devo ancora incontrare un italiano che parla
inglese meglio di me, e io parlo italiano
decisamente meglio di molti scozzesi».
Anche per Sergio, la famiglia e il buon cibo
sono importanti, mangiare insieme, trascorrere
il tempo con i propri familiari sono valori
impareggiabili.
«Ho una doppia identità? –
si domanda Roberto Lucherini, commercialista
–. Suppongo di sì! Con il passare
degli anni mi considero sempre più
italiano o, per essere più preciso,
sempre meno scozzese. Avendo avuto il privilegio
di vivere in Messico, ad esempio, trovo una
maggiore affinità con tutte le cose
latine: musica, arte, luoghi, cibi e persone
comprese». Roberto, nato a Glasgow nel
1951, figlio di emigrati da Barga, ci racconta:
«da bambino e da adolescente ho avuto
difficoltà con questa doppia nazionalità.
Non sono mai riuscito ad integrarmi né
con la cultura scozzese né con quella
italiana, e di conseguenza a scuola ho avuto
difficoltà soprattutto nell'uso della
lingua inglese dato che l'italiano era la
mia prima lingua. Quando ho sposato mia moglie,
scozzese, ho giurato di non insegnare due
lingue ai nostri figli, e infatti entrambi
ora parlano l'inglese perfettamente, ma non
l'italiano. Dico questo con un po' d'orgoglio
ma anche con qualche rimpianto».
C'è comunque chi la lingua italiana
la insegna alla scuola serale. È il
caso di Giannina Amatruda, insegnante di Dundee,
la quale ci racconta che essere un'italo-scozzese
non ha mai posto problemi alla sua identità.
Fu cresciuta come un'italiana cui semplicemente
capitava di vivere e lavorare in Scozia. Ammette
che il fatto d'essere oriunda, ha influenzato
le scelte di vita: «per amore dell'Italia
ho conseguito una laurea in Italiano e Inglese,
e sono stata un'insegnante per tutta la vita.
Ora insegno italiano presso il Club Romano
ad un numeroso gruppo di adulti. La mia ambizione
– prosegue Giannina – era quella
di sposare un italiano e vivere in Italia»,
e anche se ciò non è accaduto,
«ancora oggi le mie sorelle ed io pensiamo
che se avessimo sposato un italiano avremmo
avuto matrimoni più felici».
Ci spiega inoltre che essere italo-scozzesi
ha significato uscire dalla norma ma non per
critica bensì per lode, gli italiani
in Scozia sono sempre stati apprezzati perché
gran lavoratori e rispettosi della legge.
Michele Grigoletti Messaggero S. Antonio Edizione per l’Estero
L’articolo è riportato per gentile
concessione dell’editore Messaggero di
Sant’Antonio - edizione italiana per l'estero
- periodico cartaceo a cadenza mensile, distribuito
in 50.000 copie tra le comunità italiane
all’estero.
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