Lineamenti contratti sui volti
acerbi. Sguardi di pietra e cuori
muti: vecchi prima dinvecchiare!
Sono i pronipoti delle antiche civiltà
indie, colpite al cuore da una modernità
senzanima.
Padre Dario Pravato, missionario comboniano,
veronese di Cologna Veneta, aveva
conosciuto i suoi ragazzi per le strade
di Quito quando, nel 1994, ad appena
33 anni, gli affidarono il compito
di organizzare progetti di formazione
e animazione giovanile per lEcuador.
Luis Maria, José, Francisco
e tanti altri erano i ragazzini in
cerca di piccoli lavoretti o più
temibili corrieri della droga armati
fino ai denti o minute madri-bambine
con in braccio bambolotti veri. Tutti
avevano in corpo la medesima solitudine,
la stessa muta disperazione. Padre
Dario aveva già letà
per essere un fratello maggiore, per
lasciarsi interpellare da tanto dolore
e per cercare alla radice della sua
vocazione la forza di diventare fonte
di speranza, di vita, di futuro. Nonostante
tutto!
Strano paese, lEcuador
Strano paese quello in cui tuttora
operano i comboniani. È una
terra bellissima, piena di risorse:
il 59 per cento della popolazione
ha meno di 24 anni: culture, lingue
e tradizioni diverse arricchiscono
il tessuto sociale. Neppure la natura
è avara: il petrolio abbonda
nel sottosuolo e vaste aree del paese
sono particolarmente fertili. Eppure,
sei persone su dieci patiscono la
povertà estrema; il debito
estero risucchia quasi il 40 per cento
della ricchezza nazionale; le scuole
chiudono per mancanza di fondi; negli
ospedali non ci sono medicine.
Dario si rese conto subito di trovarsi
di fronte al deserto che leconomia
e la politica provocano quando rifiutano
di mettere al centro luomo.
E non sapeva che cosa fare. Non sarebbe
bastato lamore, non sarebbe
bastata la vita per cancellare il
male. Pensò a cosa fare e trovò
due sole risposte: ascolto ed educazione.
Per cambiare la situazione, bisognava
rendere i giovani consapevoli delle
loro possibilità e dar loro
qualcosa in cui credere. ´Non
hanno le minime condizioni di vita
spiega Padre Dario né
educazione scolastica né lavoro
né spazi vitali, né
luoghi di sano divertimento. Il 60
per cento non ha neppure una famiglia
alle spalle. Più di qualcuno,
adesso che ha imparato a conoscermi,
mi confessa che tante volte ha desiderato
morire'.
Il centro giovanile a Carcelen
Dario non si perse danimo.
Aveva dalla sua 45 anni di presenza
comboniana in Ecuador e tutte le opere
e le iniziative che i suoi confratelli
avevano creato a favore dei giovani
prima di lui, con una speciale attenzione
al popolo afro. Quindi, per volontà
del gruppo dei comboniani in Ecuador,
iniziò a Carcelèn, un
quartiere periferico di Quito, la
costruzione di un centro sociale giovanile
e familiare. La zona nord di Quito
era abitata da 250 mila persone, per
lo più emigrati da tutto il
paese in cerca di una vita migliore.
Fuggivano molti dalla povertà
delle campagne e, invece, in città,
la miseria li aveva sommersi, lasciandoli
soli in una terra di nessuno. Proprio
lì, al centro dellabbandono,
i missionari comboniani volevano innestare
la speranza. Oggi il centro giovanile
è già realtà.
´Con questo centro ci
racconta Dario si è
creato un punto di riferimento non
solo per gli abitanti della zona,
ma per tutto lEcuador avviando
corsi per formare leaders di comunità
che operino in tutto il paese con
programmi di prevenzione e recupero
per i ragazzi e le famiglie. Questo
centro è un punto di riferimento
anche per le comunità afro
e la popolazione afroecuadoriana in
genere. È nostro compito accompagnare
i giovani e le famiglie afro nel loro
processo di riscatto, dar loro i mezzi
per reclamare i propri diritti, offrire
la formazione per entrare nel mondo
del lavoro e tutto lappoggio
morale, spirituale e psicologico di
cui possono aver bisogno'.
Instabilità politica
LEcuador vive una forte
instabilità politica, tanto
che è definito uno dei paesi
più corrotti dellAmerica
latina. La corruzione dei politici
degli ultimi venti anni ha svuotato
le casse dello stato: molte banche
hanno fallito, la gente fatica a mangiare
due volte al giorno. Le promesse di
maggior giustizia sociale ed economica
degli ultimi presidenti non si sono
avverate. La guerriglia è in
allerta. Il movimento indigeno è
in continua rivolta. Neppure il colpo
di Stato del 21 gennaio dellanno
passato è servito a frenare
la corruzione. Il presidente attuale,
Gustavo Noboa, ha portato avanti con
la dollarizzazione la politica del
presidente anteriore, Jamil Mahuad,
soppiantando la moneta locale: il
sucre. Il dollaro ha sostituito completamente
il sucre portando così il paese
in una posizione di competizione con
i giganti delleconomia mondiale.
Loperazione, se da un lato salvava
i grandi capitali, fu il colpo di
grazia per i poveracci: ora un operaio
guadagna dagli 80 ai 120 dollari mentre
il costo minimo stimato per la sopravvivenza
è dai 250 ai 320 dollari.
Come vivere la speranza del Vangelo?
Il colpo di stato cavalcò
la protesta popolare e strumentalizzò
le lotte del popolo indio e i movimenti
sociali, da sempre emarginati e sfruttati.
Lo sconcerto dei Missionari e coloro
che operano nella pastorale è
un urlo dindignazione: ´Come
possiamo vivere la speranza del Vangelo?
afferma padre Pravato
assistiamo al sacrificio di migliaia
di famiglie ecuadoriane. Che vergogna!
Bisogna avere il coraggio di denunciare
legoismo, anche quello travestito
di buone intenzioni, a partire dalla
nostra condizione di figli di Dio.
È necessario non perdere il
coraggio e non mercanteggiare la speranza'.
Nonostante queste difficoltà
il centro giovanile continua nel suo
intento di accogliere e promuovere
i giovani con attività che
possano favorirli nella loro crescita.
´Ci si impegna dice Dario
per i giovani con una attenzione
speciale per quelli di origine afro,
si aiutano con borse di studio i giovani
che non possono studiare, si svolge
unattività di sensibilizzazione
missionaria perché ormai siano
gli stessi ecuadoriani a farsi carico
delle sfide dellannuncio del
Vangelo ai popoli che ancora non lo
conoscono'. E, continua Dario,
´riceviamo molte richieste da
parte di tanti giovani dellEcuador
che desiderano un sostegno. A volte
siamo costretti a dire che non possiamo,
non per mancanza di volontà
ma perché le nostre forze sono
poche'.
Svolgere lattività con
i giovani, ci spiega Dario, non è
lucrativo non si ha leffetto
immediato di chi pianta un pozzo e
subito ha lacqua! Si tratta
di seminare e credere di lavorare
per un futuro più degno. È
un essere, continua padre Dario, come
dei genitori, madre e padre, che educano
i loro figli.
´Ci si impegna, si dà
il meglio anche se poi i risultati
non sono quelli tanto attesi'.
I corsi di formazione nel centro giovanile
stanno proseguendo e danno fiducia
e motivazioni a molti giovani. ´I
risultati più belli di tutta
questa attività dice
padre Dario credo potrebbero
essere riassunti soprattutto nella
volontà dei giovani di essere
quanto meno protagonisti attivi della
propria storia, con la volontà
espressa di riacquistare il dialogo
in famiglia, interrotto perché
spesso la gioventù si perde
nelle piaghe di sempre: prostituzione,
droga, alcolismo e delinquenza'.
Sapete, ci dice padre Dario, con i
suoi occhi vivaci, ´quanti oggi
mi chiedono di partecipare ai programmi
di formazione e quanti, dopo anni
di rottura con le proprie famiglie,
stanno cercando di recuperare i loro
parenti? I ragazzi vogliono reagire
e fare qualcosa per se stessi e per
gli altri. Crediamo fortemente che
questo è un grande investimento
per il futuro e non posso che ringraziare
tutte le persone che hanno collaborato
perché questo sogno diventi
realtà. Non è stato
facile arrivare fin qui. Non sarà
facile continuare. Ma ormai ho imparato
la lezione: non si arriva a Dio con
le scarpe pulite!'.
Padre Dario Pravato
in compagnia di un'aziana
e la sua bella nipotina
Carissimo Michele,
grazie per il tuo messaggio. Grazie
per farti eco delle realtà
del mondo e del mondo più povero
ma ricco in umanita e calore umano.
Ti mando una foto scattata ultimamente
in una piccola comunità nel
nord dell'Ecuador lungo il fiume Cayapas,
dove spesso vado per ossigenarmi e
restare con la gente semplice e umile,
con pochissime cose ma con tanta semplicità
e voglia di vivere. Nella foto mi
trovi con un'anziana AFRO (discendente
degli schiavi africani) e la sua bella
nipotina. Se hai bisogno di altro
materiale, non aver riguardo a chiedermelo.
Un forte abbraccio e un ricordo nella
preghiera, soprattutto per te che
ti trovi in terra straniera.