Interessante incontro all'universita'.
Dai bastimenti che a inizio '900 entravano nella baia
di New York alle "carrette del mare" che oggi sbarcano
sulle nostre spiagge.
Lo scorso 10 dicembre, nell'affrescata Sala Barbieri
sede del Rettorato dell'Università degli Studi
di Verona, si è svolto un incontro molto interessante
intitolato "L'emigrazione italiana negli Usa; inserimento
nell'attività produttiva", organizzato dall'Associazione
Italia Stati Uniti d'America, presieduta dal
Generale Antonio Nazzaro, che ha fatto anche da moderatore
della serata.
Ha fatto invece gli appassionati onori di casa il
Magnifico Rettore dell'Università, Professor
Elio Mosele, che ha portato il ricordo personale della
sua terra d'origine, l'altopiano di Asiago nel Vicentino,
come zona di forte emigrazione verso Stati Uniti,
Canada ed Australia soprattutto.
"L'Italia ha detto il Rettore deve
tener sempre ben presente il desiderio di ritrovare
le proprie radici, deve rendere partecipi della sua
vita politica gli italiani all'estero. La nostra nazione
non si ferma ai nostri confini geografici".
E' toccato al Generale Lucio Innecco, di origini
goriziane, dottore in Scienze Strategiche, paracadutista,
e uomo di vasta cultura, tracciare una storia dell'emigrazione
italiana verso gli Stati Uniti. Innecco ha esordito
sottolineando come l'emigrazione, per la sua connotazione
di 'mobilità', sia comunque sempre un fenomeno
in qualche maniera positivo.
"L'interesse nei confronti dell'America Settentrionale
.- ha detto è cominciato già
nel sedicesimo secolo, ma fino al 1865, cioè
al termine della Guerra Civile tra nordisti e sudisti,
l'emigrazione italiana non è stata numericamente
corposa, pur se c'erano soldati italiani nelle fila
dei due eserciti combattenti, così come due
nostri connazionali furono massacrati dagli Indiani
a Little Big Horn, nel 1876, insieme al Generale Custer.
E' dopo l'Unità d'Italia, nel 1870, che in
particolare dal porto di Genova comincia un esodo
di massicce proporzioni, inizialmente dalle regioni
del Norditalia. Fino al 1915 partiranno verso gli
Usa 20 milioni di italiani, solo un terzo dei quali
si fermerà oltreoceano". Al fenomeno sono legati
i nomi di Crispi, di Monsignor Scalabrini, di Einaudi
e di Nitti. Nel 1901, significativamente, viene creato
un Commissariato Generale per l'Emigrazione.
"Va detto ha aggiunto il Generale
che la nostra emigrazione è stata però
ben poco sostenuta dalle nostre autorità politiche.
I nostri emigrati, in genere, erano trattati molto
peggio di quanto non sia oggi per gli extracomunitari
nel nostro paese. Più dello Stato, fu semmai
la Chiesa, per esempio con la creazione degli importantissimi
Centri Scalabriniani, ad accompagnare gli emigrati
nella loro esperienza così piena di problemi.
E poi ci furono tre banchieri importanti per l'emigrazione
italiana negli Usa, e cioè John Fugazzi, Andrea
Barbato e Pietro Giannini. Ma si può dire che
i Governi di allora non compresero valenza e potenzialità
economica del fenomeno, in gran parte costituito non
da "scarti" della società, ma da contadini
e gente dalle notevoli capacità lavorative.
Ma la popolazione americana più influente,
quella dei cosiddetti WASP (WhiteAngloSaxonProtestants)
fu in generale ostile ai nostri connazionali, identificati,
così come era accaduto in precedenza con gli
irlandesi, con la mai amata Roma centro del Cattolicesimo.
Emblematico il fatto che gli Usa abbiano avuto un
solo Presidente Cattolico, John Fitzgerald Kennedy.
E così gli italiani in Usa subirono addirittura
linciaggi, soprattutto negli Stati del Sud, come quegli
undici massacrati a N ew Orleans sul finire del diciannovesimo
secolo. Gli italiani, spesso, erano considerati "eversori
anarchici", come Sacco e Vanzetti, e comunque erano
per lo più costretti ai lavori più dequalificati,
al livello più basso della scala sociale. L'emigrazione
cominciò a calare dopo la Prima Guerra Mondiale,
una legge del '17 impedì l'ingresso agli analfabeti,
e nel '27 il fenomeno era praticamente finito. La
nostra emigrazione, comunque, ha dato contributi importantissimi
nello sviluppo scientifico, con cinque Premi Nobel,
e si è affermata anche nella vita politico/amministrativa
americana, con sindaci come Fiorello La Guardia e
Rudolph Giuliani a New York".
Carlo Melegari, laurea in Scienze Politiche e Sociali,
è figura molto nota ed apprezzata a Verona
per il suo lavoro come Presidente del CESTIM, centro
che si adopera in termini pratici per il sostegno
a tutti i livelli degli extracomunitari che arrivano
sul nostro territorio. "Da sociologo ha detto
Melegari posso dire che da quando esiste, l'homo
sapiens è sempre stato anche homo migrans.
Gli spostamenti hanno come costante fattori che in
sociologia vengono definiti di "Push and pull". Quei
27 milioni di italiani che dal 1876 al 1976 sono andati
in America, magari con un forma di andirivieni che
nei primi anni del secolo scorso fu piuttosto comune,
erano spinti dalle stesse motivazioni di base che
oggi portano in Italia gli extracomunitari, e che
sono le stesse di sempre: poche prospettive di vita
nel proprio paese, per motivi che possono essere di
guerra, conflittualità, miseria. In Veneto,
ai tempi della grande emigrazione, si andava avanti
a patate e polenta, regnava la pellagra. C'è
una bellissima poesia di Berto Barbacani che parla
proprio di queste cose. Bastava una tempesta imprevista,
in tempi in cui certo nelle campagne l'assicurazione
non esisteva, per mandare in rovina una famiglia.
In ogni modo la decisione di emigrare, oggi come allora,
è sempre una percezione singola, magari frutto
di un passaparola, di una realtà che non sembra
dare prospettive, e di un'altra che sembra invece
offrirne. Noi abbiamo dati che ci confermano come
anche oggi il 90% delle persone che arrivano nel nostro
paese lo fa alla ricerca di un'attività lavorativa
lecita e onesta. In un fenomeno come quello dell'emigrazione
c'è sempre, come c'era una volta, anche una
fisiologica minoranza di gente predisposta al crimine,
ma è appunto una nettissima minoranza. E naturalmente
l'emigrazione di prima generazione è quella
che si sobbarca il lavoro più duro e rischia
di più, senza punti di riferimento, spesso
senza casa. Agli italiani in America mancò
il sostengo di un progetto migratorio nazionale, non
si fecero investimenti per una formazione professionale
degli emigrati, per questo agli inizi occuparono i
livelli più bassi della scala sociale. E chi
va a New York, oggi, dovrebbe fare una visita al Museo
di Ellis Island per rendersi conto di quel che fu
l'emigrazione italiana negli Stati Uniti".
A metà gennaio, sempre per l'organizzazione
dell'Associazione Italia Stati Uniti d'America
di Verona, è previsto un altro incontro sullo
stesso tema.