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    Aut. del Trib. di Verona del 6/6/1974 n.312 - Dir. Resp. Beppe Montresor
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Emigranti di ieri e di oggi
 

Interessante incontro all'universita'.
Dai bastimenti che a inizio '900 entravano nella baia di New York alle "carrette del mare" che oggi sbarcano sulle nostre spiagge.

Lo scorso 10 dicembre, nell'affrescata Sala Barbieri sede del Rettorato dell'Università degli Studi di Verona, si è svolto un incontro molto interessante intitolato "L'emigrazione italiana negli Usa; inserimento nell'attività produttiva", organizzato dall'Associazione Italia ­ Stati Uniti d'America, presieduta dal Generale Antonio Nazzaro, che ha fatto anche da moderatore della serata.

Ha fatto invece gli appassionati onori di casa il Magnifico Rettore dell'Università, Professor Elio Mosele, che ha portato il ricordo personale della sua terra d'origine, l'altopiano di Asiago nel Vicentino, come zona di forte emigrazione verso Stati Uniti, Canada ed Australia soprattutto.

"L'Italia ­ ha detto il Rettore ­ deve tener sempre ben presente il desiderio di ritrovare le proprie radici, deve rendere partecipi della sua vita politica gli italiani all'estero. La nostra nazione non si ferma ai nostri confini geografici".

E' toccato al Generale Lucio Innecco, di origini goriziane, dottore in Scienze Strategiche, paracadutista, e uomo di vasta cultura, tracciare una storia dell'emigrazione italiana verso gli Stati Uniti. Innecco ha esordito sottolineando come l'emigrazione, per la sua connotazione di 'mobilità', sia comunque sempre un fenomeno in qualche maniera positivo.

"L'interesse nei confronti dell'America Settentrionale .- ha detto ­ è cominciato già nel sedicesimo secolo, ma fino al 1865, cioè al termine della Guerra Civile tra nordisti e sudisti, l'emigrazione italiana non è stata numericamente corposa, pur se c'erano soldati italiani nelle fila dei due eserciti combattenti, così come due nostri connazionali furono massacrati dagli Indiani a Little Big Horn, nel 1876, insieme al Generale Custer. E' dopo l'Unità d'Italia, nel 1870, che in particolare dal porto di Genova comincia un esodo di massicce proporzioni, inizialmente dalle regioni del Norditalia. Fino al 1915 partiranno verso gli Usa 20 milioni di italiani, solo un terzo dei quali si fermerà oltreoceano". Al fenomeno sono legati i nomi di Crispi, di Monsignor Scalabrini, di Einaudi e di Nitti. Nel 1901, significativamente, viene creato un Commissariato Generale per l'Emigrazione.

"Va detto ­ ha aggiunto il Generale ­ che la nostra emigrazione è stata però ben poco sostenuta dalle nostre autorità politiche. I nostri emigrati, in genere, erano trattati molto peggio di quanto non sia oggi per gli extracomunitari nel nostro paese. Più dello Stato, fu semmai la Chiesa, per esempio con la creazione degli importantissimi Centri Scalabriniani, ad accompagnare gli emigrati nella loro esperienza così piena di problemi. E poi ci furono tre banchieri importanti per l'emigrazione italiana negli Usa, e cioè John Fugazzi, Andrea Barbato e Pietro Giannini. Ma si può dire che i Governi di allora non compresero valenza e potenzialità economica del fenomeno, in gran parte costituito non da "scarti" della società, ma da contadini e gente dalle notevoli capacità lavorative. Ma la popolazione americana più influente, quella dei cosiddetti WASP (WhiteAngloSaxonProtestants) fu in generale ostile ai nostri connazionali, identificati, così come era accaduto in precedenza con gli irlandesi, con la mai amata Roma centro del Cattolicesimo. Emblematico il fatto che gli Usa abbiano avuto un solo Presidente Cattolico, John Fitzgerald Kennedy. E così gli italiani in Usa subirono addirittura linciaggi, soprattutto negli Stati del Sud, come quegli undici massacrati a N ew Orleans sul finire del diciannovesimo secolo. Gli italiani, spesso, erano considerati "eversori anarchici", come Sacco e Vanzetti, e comunque erano per lo più costretti ai lavori più dequalificati, al livello più basso della scala sociale. L'emigrazione cominciò a calare dopo la Prima Guerra Mondiale, una legge del '17 impedì l'ingresso agli analfabeti, e nel '27 il fenomeno era praticamente finito. La nostra emigrazione, comunque, ha dato contributi importantissimi nello sviluppo scientifico, con cinque Premi Nobel, e si è affermata anche nella vita politico/amministrativa americana, con sindaci come Fiorello La Guardia e Rudolph Giuliani a New York".

Carlo Melegari, laurea in Scienze Politiche e Sociali, è figura molto nota ed apprezzata a Verona per il suo lavoro come Presidente del CESTIM, centro che si adopera in termini pratici per il sostegno a tutti i livelli degli extracomunitari che arrivano sul nostro territorio. "Da sociologo ­ ha detto Melegari ­ posso dire che da quando esiste, l'homo sapiens è sempre stato anche homo migrans. Gli spostamenti hanno come costante fattori che in sociologia vengono definiti di "Push and pull". Quei 27 milioni di italiani che dal 1876 al 1976 sono andati in America, magari con un forma di andirivieni che nei primi anni del secolo scorso fu piuttosto comune, erano spinti dalle stesse motivazioni di base che oggi portano in Italia gli extracomunitari, e che sono le stesse di sempre: poche prospettive di vita nel proprio paese, per motivi che possono essere di guerra, conflittualità, miseria. In Veneto, ai tempi della grande emigrazione, si andava avanti a patate e polenta, regnava la pellagra. C'è una bellissima poesia di Berto Barbacani che parla proprio di queste cose. Bastava una tempesta imprevista, in tempi in cui certo nelle campagne l'assicurazione non esisteva, per mandare in rovina una famiglia. In ogni modo la decisione di emigrare, oggi come allora, è sempre una percezione singola, magari frutto di un passaparola, di una realtà che non sembra dare prospettive, e di un'altra che sembra invece offrirne. Noi abbiamo dati che ci confermano come anche oggi il 90% delle persone che arrivano nel nostro paese lo fa alla ricerca di un'attività lavorativa lecita e onesta. In un fenomeno come quello dell'emigrazione c'è sempre, come c'era una volta, anche una fisiologica minoranza di gente predisposta al crimine, ma è appunto una nettissima minoranza. E naturalmente l'emigrazione di prima generazione è quella che si sobbarca il lavoro più duro e rischia di più, senza punti di riferimento, spesso senza casa. Agli italiani in America mancò il sostengo di un progetto migratorio nazionale, non si fecero investimenti per una formazione professionale degli emigrati, per questo agli inizi occuparono i livelli più bassi della scala sociale. E chi va a New York, oggi, dovrebbe fare una visita al Museo di Ellis Island per rendersi conto di quel che fu l'emigrazione italiana negli Stati Uniti".

A metà gennaio, sempre per l'organizzazione dell'Associazione Italia ­ Stati Uniti d'America di Verona, è previsto un altro incontro sullo stesso tema.

 
 
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