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Il Vescovo saluta tutti gli emigrati veronesi
 
Padre Carraro ci ha accolto in vescovado con il Presidente dell'Associazione Claudio Valente e don Walter Soave, rappresentante della Curia

Giovedì 6 dicembre é stata una data importante per l'Associazione Veronesi nel Mondo. Con il nuovo Presidente dell'Associazione, Dottor Claudio Valente, e con Don Walter Soave, rappresentante della Curia nel nostro Consiglio di Amministrazione e 'storico' sacerdote degli emigrati veronesi, siamo stati ricevuti in Vescovado da Padre Flavio Roberto Carraro, Vescovo di Verona, con cui abbiamo scambiato gli auguri di Natale e che ci ha concesso un'intervista.

Sua Eminenza, una persona che si presenta molto semplicemente con il saio da Cappuccino e il sorriso tra le labbra, ha subito affermato di sentirsi particolarmente vicino agli emigrati, perché proprio la figura che lo ha ispirato e folgorato sin da bambino, quella di San Francesco d'Assisi, gli ha insegnato da sempre l'importanza di portare la parola evangelica in giro per il mondo.

Prima di cominciare l'intervista, il Dottor Valente ha voluto ricordare a Padre Flavio i fini e le motivazioni dell'Associazione Veronesi nel Mondo, la quantità di persone e di veronesi emigrati che ad essa fanno capo. Il nostro Presidente ha anche sottolineato come gran parte del popolo degli emigrati sia costituito da persone fortemente radicate nelle tradizioni cattoliche nonché rurali e contadine della nostra provincia, e come l'Associazione, quindi, consideri di valenza fondamentale il rapporto con la Curia veronese, testimoniato anche dalla presenza estremamente fattiva di Don Soave all'interno della stessa. E visto che l'anno prossimo si celebrerà il trentennale della nascita dell'Associazione Veronesi nel Mondo, Padre Carraro ha dato volentieri la sua disponibilità a celebrare la Santa Messa di festeggiamento, che si terrà il 10 novembre 2002 a Verona (probabilmente nella basilica di San Zeno, ma nelle prossime uscite di questa rivista vi daremo notizie pi(breve) precise anche sull'orario della celebrazione e le altre iniziative della giornata), cui naturalmente tutti i nostri associati sono invitati.

Padre Flavio Roberto Carraro é un veneto 'doc', essendo nato a Sandon, un piccolo paesino in comune di Fossò. "Aggiungo sempre che é vicino a Dolo e a Venezia - ci ha detto simpaticamente - altrimenti nessuno lo conosce". Proveniente da una famiglia di agricoltori, a dieci anni é entrato in Seminario, colpito subito dalla vocazione missionaria di San Francesco d'Assisi e dei Frati Cappuccini. E' stato ordinato sacerdote il 16 marzo 1957, ha proseguito i suoi studi alla Gregoriana di Roma, e per parecchi anni si é dedicato all'insegnamento, il cosiddetto "ministero volante". Ha ricoperto poi varie cariche nell'Ordine dei Cappuccini, ed é stato Vescovo di Arezzo prima di ricevere il medesimo incarico nella Diocesi di Verona.

Come ha affrontato questo grande impegno, con quali fondamentali obiettivi?

Sin dall'inizio ero consapevole di essere entrato a far parte di una Diocesi molto apprezzata, connotata da una forte vocazione missionaria, se pensiamo che sono circa 800, con diversi incarichi, i missionari veronesi nel mondo, tra sacerdoti e laici. Una Diocesi, dunque, già molto ben organizzata, per cui il mio primo obiettivo é stato quello di mantenere viva questa mentalità, di promuovere ulteriormente la caritas nel senso più profondo del termine, di vicinanza e attenzione ai poveri, a quelli che soffrono. Verona, lo ripeto, é in questo senso una città molto attiva, possiamo contare su una cinquantina di associazioni di volontariato. Per questo non capisco come si possa accusare la città, a volte, di essere razzista o occupata solo a far soldi. Verona non é questa. Per sostenere questa vocazione alla carità e al missionariato é importante tener viva la cultura che vi sta dietro. Per questo tengo molto al rapporto con l'Università attraverso il Centro Toniolo, e ancora sono importantissimi i ruoli svolti dall'Istituto Teologico San Zeno, dall'Istituto Superiore di Scienze Religiose ospitato nella sede storica del Seminario a Veronetta. Inoltre, un'altra questione che mi sta particolarmente a cuore é la difesa della qualità della cura della salute nei nostri ospedali, e anche in questo caso credo che a Verona l'assistenza sanitaria in Ospedali come quelli di Borgo Trento, Borgo Roma, o Negrar, sia davvero di buon livello, tanto che quando mi ci reco in visita trovo molti degenti provenienti da varie parti d'Italia, segno che le nostre strutture sono molto apprezzate anche fuori Verona.

Stiamo vivendo un momento difficile a livello mondiale. Come vede la presenza della Chiesa a riguardo, quali sono le prospettive?

E' vero, siamo in una sorta di 'strettoia' della storia, una situazione difficile che tocca praticamente tutto il pianeta, visto che le cellule terroristiche, pare, sono sparse in tutto il mondo. Qualche anno fa la Chiesa, tramite le parole del Cardinal Biffi, aveva lanciato un allarme che é stato zittito o comunque sottostimato. E forse anche quanto dice il Papa non viene ascoltato come si dovrebbe. Eppure pare chiaro che altre strade per risolvere i problemi non ve ne siano, la guerra non serve, non si tratta di un gioco. L'unica strada da seguire, e questo deve essere il ruolo sostenuto dalla Chiesa, é quella indicata dal Vangelo, e cioé quella del dialogo, dell'idea di supremo valore dato alla dignità della persona umana al di là della sua Fede. Noi Cattolici abbiamo, in più, la rivelazione del Cristo. Accettare e cercare il dialogo non significa accettare un livellamento al ribasso, significa costruire, e questi sono discorsi già pronunciati dal Santo Padre, la "Civiltà dell'Amore".

A corollario del progetto di solidarietà "Una luce a Betlemme", che il comune di Verona sta promuovendo per la sua città gemellata in Palestina, lei ha sottolineato l'importanza del digiuno nella giornata del prossimo 14 dicembre; qual é il significato profondo dell'iniziativa?

Digiuno e preghiera sono mezzi di avvicinamento al Signore, modi di comunicare con Dio. Sono un simbolo di rinuncia e di fragilità, si identificano con l'esperienza del bisogno degli altri, e quindi di Dio. Un segno, insomma, per ripensare alla propria coscienza, per essere vicini a chi soffre. L'invito del Papa al digiuno é qualcosa da prendere sul serio, di grande importanza.

Nella sua attività pastorale ed evangelica Lei ha viaggiato in varie parti del mondo, che ricordi ha del mondo dell'emigrazione?

Ricordo con grande piacere e divertimento, per esempio, una Messa che ho celebrato in Brasile, a Caxias do Sul, in dialetto veneto. Era veramente stupefacente trovare lì, a migliaia di chilometri di distanza, espressioni idiomatiche della mia terra. Al di là di questo, dalla mia esperienza, direi che vi sono due categorie di emigrati. Quelli che, soprattutto in passato, se ne sono andati per sfuggire alle inaccettabili ristrettezze economiche, e quelli che, ancora oggi, si trasferiscono all'estero per studi, per specializzazioni, per opportunità particolarmente favorevoli. I primi, in genere, continuano a portare anche nel paese di accoglienza il marchio della loro iniziale spinta dettata dal bisogno, mentre i loro figli, magari, che in quel paese sono cresciuti e hanno studiato, lo hanno perso. Tutti, comunque, anche in un'epoca come la nostra in cui, si dice, trionfa la 'globalizzazione", la facilità degli spostamenti, sentono la necessità di un rapporto con la loro terra d'origine. La Chiesa, con tutto il rispetto per le altre culture e credenze, deve aiutare i nostri emigrati a vivere secondo i valori cristiani. Per noi italiani, in particolare, i valori della famiglia. Proprio per questo, per esempio, ho notato che i nostri emigrati sono una comunità amatissima nel Quebec, in Canada: perché difendono e diffondono questo valore della famiglia.

La presenza del prete nel mondo dell'emigrazione, di gente che vi ha dedicato tutta la sua vita, come il nostro Don Soave: c'é ancora bisogno di questa figura, o appartiene a un passato ormai alle spalle?


Noi Cappuccini abbiamo sempre avuto un legame molto intenso con i nostri emigrati. Io invito tutti a ripensare alla nostra fraternità, al fatto che siamo tutti figli di Dio
Padre Carraro
 

Anche se molti preti locali oggi svolgono questo ruolo, c'é ancora bisogno del prete per gli emigrati, che continuano ad avere un forte senso religioso anche legato alle loro tradizioni d'origine. Quella del prete degli emigrati é una figura particolare, che richiede vocazione, dedizione e formazione particolari.

C'é un messaggio che desidera esprimere ai nostri associati?

Quello di mantenere viva la vostra Associazione, il rapporto con le radici. Mi ha fatto molto piacere vedere in Brasile un vocabolario di lingua e grammatica veneta. Noi Cappuccini abbiamo sempre avuto un legame molto intenso con i nostri emigrati. Io invito tutti a ripensare alla nostra fraternità, al fatto che siamo tutti figli di Dio, a perseguire ovunque i valori della bontà, della pace, della preghiera, dell'attenzione ai poveri, ad esprimere questi valori nelle famiglie, nelle parrocchie, in tutte le comunità. E invito tutti a partecipare alle celebrazioni per il 30° anniversario dell'Associazione.

 
 
 
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