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    Aut. del Trib. di Verona del 6/6/1974 n.312 - Dir. Resp. Beppe Montresor
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Novembre 2006

 

VERONA E LUSSEMBURGO, UNITI
NELL’EUROPA DI IERI E DI DOMANI

Celebrato, insieme alla nostra delegazione, il 25° anniversario dell’Associazione Lussemburghese dei Veronesi nel Mondo

Verona e LussemburgoLo scorso 22 settembre, una delegazione dell’Associazione Veronesi nel Mondo, circa una trentina di persone, si è recata in Lussemburgo, per partecipare ai festeggiamenti per il 25° anniversario della locale associazione dei Veronesi nel Mondo, presieduta con rigore e passione dall’amico Vito Spinosa.
La nostra delegazione era guidata dal Presidente Giuseppe Riccardo Ceni e dal Vicepresidente Giuseppe Bertani. La comitiva era formata per lo più da ex-emigranti, coordinati dal sempre attivissimo Benito Scamperle, Presidente degli exemigrati veronesi.

262 RINTOCCHI NEL SILENZIO DEL BOIS DU CAZIER

Emozioni e testimonianze rivivono nel ricordo dei minatori e dei loro familiari di Dario Bruni

Di fronte alle grandi tragedie, soprattutto a distanza di tanti anni, spesso non rimane che il gesto umile ma significativo del ricordo, e l’essere presenti laddove il dramma si è consumato diventa il doveroso tributo che ancora possiamo offrire alle vittime di quella catastrofe. Con questo spirito di sobrio ma profondo cordoglio un gruppo di veronesi, tredici persone in tutto, provenienti da San Giovanni Ilarione, condotti dal vicepresidente dell’Associazione Veronesi nel Mondo di Verona, Giuseppe Bertani, delegato dal Presidente Giuseppe Riccardo Ceni, ha partecipato tra il 7 e l’8 agosto scorsi, alle cerimonie di commemorazione del 50° anniversario della tragedia di Marcinelle. Ad attenderli, nella mattinata di lunedì 7 agosto all’aeroporto di Charleroi, c’erano i rappresentanti locali dei “Veronesi nel Mondo”: il Presidente Ingegner Lino Stoppele, accompagnato da Mario e Teresa Rigodanzo e da Flavio Veronese con sua moglie, preziose guide ai visitatori nel corso dei due giorni trascorsi in terra belga.

La marcia silenziosa.
I “Veronesi nel Mondo” di Charleroi hanno fatto le cose alla grande: il primo, toccante appuntamento è stato fissato per la serata dello stesso 7 agosto: la marcia silenziosa in onore dei minatori caduti. I pochi minatori che si apprestano a guidare il corteo scrutano i volti dei presenti nel tentativo di recuperare le fisionomie di qualche loro compagno ormai scomparso da tempo: molti sono abruzzesi (60 delle 136 vittime italiane provenivano da quella regione), ma i dialetti di tutta la penisola si sovrappongono e si mescolano. La marcia silenziosa

La delegazione veronese è partita alle 5 del mattino da San Floriano di Valpolicella, e dopo aver attraversato in pullman i bellissimi paesaggi della Svizzera, dell’Alsazia e della Lorena, è arrivata in selà delle differenze linguistiche, vicine nel comune progetto di Unità Europea. Dopo la cerimonia, alle 17, c’è stato il corteo per le vie di Esch fino al Monumento “L’Abbraccio” nella Piazza della vamente Presidente Onorario e Vicepresidente. Venne registrata nel Comune di Differdange il 3 aprile di quell’anno, e alla fondazione contribuì Mario Rampin. Il primo Presidente eletto fu il Cavalier Aldo Galeto. Vito Spinosa, entrato nell’associazione come membro simpatizzante, divenne prima Presidente Onorario, nel 1992, al posto di Vincenzo Sorani che aveva lasciato l’incarico per motivi personali, dopo aver portato in Lussemburgo anche il Coro dell’Arena di Verona. In seguito Spinosa sostituì in carica il Presidente Galeto, che dopo la morte della moglie trascorreva sempre più tempo in Italia, e quindi prese la decisione di affidare il compito all’amico Vito., che venne ufficialmente eletto il 3 marzo del ’97, ad un’assemblea generale alla presenza dell’allora Presidente dei Veronesi nel Mondo, Fernando Solinas. Molto intensa l’attività dei Veronesi nel Mondo del Lussemburgo, che ogni anno organizza viaggi in Italia, manifestazioni di svago, cultura e beneficenza, incontri. Tra le iniziative particolari, ricordiamo nel 2003 la messa in scena teatrale del “Giulietta e Romeo” shakespeariano, in abiti d’epoca, nell’ambitro del carnevale, su specifico invito del sindaco Madame Lydia Mutsch. L’anno scorso, nell’ambito invece di un programma di solidarietà con l’Africa, un bambino di otto anni ammalato di tumore alla gola, proveniente dal Burkina Faso, è stato sottoposto a particolari rata a destinazione, accolta da Spinosa e da sua moglie Rosa Maria Arduini, che dell’associazione dei Veronesi del Lussemburgo è, dal 1989, tesoriera. L’associazione, di cui Spinosa è stato eletto Presidente nel marzo del 1997, è molto attiva e numerosa, e ben inserita nella realtà del Paese. Sabato 23 è stata la giornata dedicata alle celebrazioni, con un programma di incontri denso e gratificante. Alle 16 la cerimonia ufficiale di accoglienza nella sala del municipio di Esch Sur Alzette, in cui i Veronesi nel Mondo sono stati ricevuti dal Borgomastro della città (cioè il sindaco), Madame Lydia Mutsch; all’incontro erano presenti anche l’Ambasciatore d’Italia, Ermanno Squadrilli, il Console d’Italia Carmela Gragnani, e il Direttore Generale della Banca Popolare di Verona in Lussemburgo, Gianfranco Barp. Ancora una volta l’istituto bancario veronese ha mostrato la propria particolare sensibilità nel suo le-game con il territorio veronese e i suoi cittadini, anche quelli che risiedono all’estero.Giuseppe Riccardo Ceni Nell’incontro, siglato da particolari attestati di amicizia, Madame Mutsch ha espresso le sue lodi all’operosità sempre dimostrata dagli immigrati veronesi in Lussemburgo, mentre l’Onorevole Ceni ha voluto ringraziare per le possibilità di lavoro che il paese ospitante ha offerto ai nostri emigrati. Dal passato al presente: Ceni ha sottolineato come Verona e Lussemburgo siano, al di Resistenza, dove sono state deposte corone di fiori. “L’abbraccio” è stato eretto nel 1992 in occasione del centenario dell’emigrazione italiana in Lussemburgo. Al corteo, oltre alle rappresentanze dei Veronesi nel Mondo di Verona e del Lussemburgo, hanno partecipato la Banda Cittadina e una delegazione degli Alpini. Alle 18,30, nella vicina Chiesa del Sacro Cuore, con la partecipazione del Coro “El Biron” di San Giovanni Ilarione, il missionario scalabriniano Padre Antonio Simeone ha celebrato una Santa Messa di ringraziamento, con parole in italiano, francese, lussemburghese, tedesco e latino. L’Associazione Veronesi nel Mondo del Lussemburgo è nata nel 1981 su iniziativa di Anna e Maria Dal Bon, oggi rispetticure nel Centro Ospedaliero di Lussemburgo, anche grazie all’intervento economico dell’associazione dei Veronesi presieduta da Spinosa.

262 RINTOCCHI NEL SILENZIO DEL BOIS DU CAZIER

Nel gruppo dei veronesi ci sono tre figli di ex-minatori; sono tutti nati in Belgio. Luigi e Onorio sono, tra i molti figli di minatori di San Giovanni Ilarione, gli unici insieme ad un altro ad avere ancora i padri in vita. In loro rimane vivido il ricordo di quando andavano con la mamma incontro al papà all’uscita della miniera e non riuscivano a riconoscerlo finché lui non li chiamava per nome. Dina, invece, è stata in Belgio fino a 19 anni; la sua abitazione, abbattuta molti anni fa, era proprio situata nella piazza da cui parte il corteo: “Lì c’era il cortile in cui si giocava, e più avanti la chiesa; un mio cugino dalla finestra di casa sua poteva vedere il prete che celebrava la messa, qui dietro c’erano le baracche in cui alloggiavano i minatori quando arrivavano dall’Italia”. Si ricorda lo stato penoso nel quale il papà tornava dal lavoro, le escoriazioni ai gomiti e alle ginocchia, la mamma costretta a cospargere di mercurocromo le profonde ferite procurate dal faticoso trascinarsi negli stretti cunicoli della miniera. Per questo nei minatori nasceva spesso la convinzione che quel mondo doveva riguardare solo loro: “Nessuno dei miei figli dovrà fare questo mestiere!”, si sentiva ripetere in casa. Storie che si rincorrono e che rimangono impresse nella memoria come cicatrici non più rimarginate, come bruciante rimane il ricordo del modo in cui ci si sentiva trattati dalla popolazione del luogo, per la quale si rimaneva comunque “stranieri”. Il passo è lento, perché i minatori che guidano il corteo devono fare i conti con quanto hanno lasciato nei loro polmoni i lunghi anni trascorsi in miniera. “Le case che costeggiano questa strada – ci informa Lino Stoppele – sono tutte di italiani, di figli o parenti di minatori. Gli Italiani una quindicina di anni fa a Charleroi erano 175 mila; oggi si sono ridotti a 50 mila unità”. Lungo i bordi della strada aumenta la folla che assiste al passaggio, quando improvviso scoppia un applauso: dopo cinquant’anni, quella tragedia rimane una ferita ancora aperta. C’è la sensazione che basterebbe questo momento per ripagare chi, dall’Italia o dalle altre parti del mondo è giunto fin qui per commemorare le vittime della tragedia. Di fronte ai cancelli del Bois du Cazier ha luogo l’ultimo rituale: ad accogliere i minatori ci sono ancora i cancelli sbarrati, proprio come cinquanta anni fa, quando i familiari delle vittime premevano in attesa di qualche notizia sui loro cari; e come allora qualcuno ha posto dei mazzi di fiori.

La cerimonia del 50° anniversario al Bois du Cazier
Informano le cronache del tempo che l’8 agosto 1956 era una splendida giornata di sole e che il turno del mattino era appena cominciato per i quasi 300 uomini impegnati al lavoro allorché, verso le 8,10 sulla piattaforma del piano 975, per uno sfortunato concorso di circostanze, ebbe inizio la tragedia. Malgrado i tentativi messi in atto immediatamente dai soccorritori, solo sei furono i sopravvissuti di quell’inferno: il drammatico e definitivo resoconto delle vittime fu fatto solo quindici giorni dopo, il 23 agosto, quando i soccorritori riuscirono a raggiungere la quota più bassa della galleria, a 1035 metri di profondità; tornarono in superficie con il verdetto irrevocabile, rimasto famoso: “Tutti cadaveri”. Cinquant’anni dopo, alle 8,10 in punto, all’imboccatura di quella stessa miniera e in un’atmosfera palpitante di commozione, sono risuonati 262 rintocchi di campana, a ricordare i 262 minatori rimasti nelle viscere della Terra: 136 italiani, 95 belgi, 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 3 algerini, 3 ungheresi, 2 francesi, 1 inglese, 1 olandese, 1 russo, 1 ucraino. I nomi, elencati in ordine alfabetico come una lunga litania, non raramente si ripetono: “Di Biase, Di Biase, Di Biase…Ferrante, Ferrante, Ferrante…Iezzi, Iezzi, Iezzi…”, ad indicare la morte di membri della stessa famiglia. Anche Verona ha il suo minatore da ricordare: si chiama Giuseppe Corso, era originario di Montorio. Eppure, malgrado la tristezza del ricordo, su tutto predomina una pacata serenità rivolta al futuro; come suggerisce la scritta sul fazzoletto che tutti portano al collo, “Le passé, present pour le futur”: il passato è divenuto presente per costruire il futuro. Alle 9 ha inizio la celebrazione eucaristica, alla presenza di 3500 persone, condotta dal Nunzio Apostolico Mons. Karl Josef Rauber, al fianco del quale vi sono i rappresentanti di altre confessioni religiose. Il denso programma della mattinata prevedeva poi una serie di omaggi ai diversi monumenti eretti in onore dei lavoratori: doverosa è la visita al museo da poco allestito presso il Bois du Cazier, dove si può avere almeno un’idea delle condizioni in cui lavoravano i minatori. Lo stretto cunicolo per cui il visitatore è costretto a passare e le numerose fotografie esposte ben documentano il massacrante compito cui era sottoposto chi lavorava nelle miniere; commoventi, tra tutte, le immagini dei familiari delle vittime, riprese nei momenti strazianti dell’attesa all’uscita dell’imboccatura del pozzo minerario. L’attenzione poi si sposta al cimitero di Marcinelle, dove alla comitiva dei Veronesi si aggrega il consigliere Massimo Mariotti; avviene qui la deposizione delle corone di fiori al monumento delle vittime italiane, e l’inaugurazione della lapide da parte del vice-ministro degli Affari Esteri italiano, senatore Franco Danieli; anche i Veronesi nel Mondo offrono, per mano del vicepresidente Giuseppe Bertani, una corona di fiori in onore dei minatori caduti.
Nel cimitero le spoglie delle vittime sono state deposte in un apposito luogo; molte di quelle tombe non hanno nome (“inconnu”, recita la scritta), a testimoniare l’impossibilità di riconoscere nei resti straziati di parecchie vittime la loro identità. Il lento passare tra le lapidi è accompagnato dalle parole della guida, Lino Stoppele, che riporta aneddoti talora tragici, talora meno dolorosi; dal padre che in quel maledetto 8 agosto per la prima volta portava i figli di 15 e 17 anni a visitare la miniera in cui lavorava non sapendo di portarli alla morte, al marito che costretto dalla moglie ad andare al lavoro, bucava provvidenzialmente la ruota della bicicletta e in questo modo si salvava; al minatore che il giorno precedente era stato sospeso per tre giorni per scarso rendimento, e lasciato a casa senza stipendio. A Marcinelle tutto parla di miniera: le case di mattone rosso più vecchie si riconoscono dalle nuove perché sono state annerite dalla polvere di carbone che aleggiava nell’aria; le sinistre strutture di ferro che servivano per estrarre il materiale dai pozzi si stagliano imperterrite nel cielo, e le numerose collinette formatesi a poco a poco con il materiale di scarto dell’estrazione del carbone, i cosiddetti “terrils”, dominano sulla città. Per anni Marcinelle è stata sinonimo di città del carbone.

Ospiti del Console Generale d'Italia
Il ricevimento è previsto al CEME (Charleroi Espace Meeting Européen). Una breve e toccante cerimonia coinvolge i figli e i nipoti delle vittime italiane al Bois du Cazier. Il vice-ministro Danieli consegna ad ognuno di loro una medaglia commemorativa. Sono presenti anche l’Ambasciatore d’Italia Sandro Siggia e il Console Generale d’Italia Francesco Ercolano, che fa gli onori di casa; a lui spetta proclamare il “rompete le righe”, e dare avvio al momento meno solenne, ma non meno gradito, dell’incontro conviviale. E l’Italia delle tante regioni si ritrova a festeggiare se stessa in nome dei minatori morti nel disastro di Marcinelle e dei tanti emigranti che per motivi di lavoro hanno dovuto lasciare la madrepatria: quasi un monito rivolto all’Italia di oggi che da terra di emigrazione è diventata terra di immigrazione; perché possa far sfruttare l’esperienza, spesso faticosa e piena di insidie, di chi è stato emigrato, per imparare a convivere con chi arriva da terre straniere. L’avvenimento volge al termine, il gruppo dei Veronesi nel Mondo torna verso l’Italia arricchito da una consapevolezza nuova, quella di appartenere ad una popolazione comunque provata in passato da vicende dure e dolorose, di cui i minatori rappresentano un apice forse irraggiungibile.

Un grazie doveroso va rivolto al Console, che dopo nel Mondo di Charleroi, che hanno dimostrato con tanti momenti ‘forti’ ha riunito tutti nel clima festoso un’accoglienza sincera e calorosa l’affetto per i propri di una tavola imbandita; un grazie al Borgomastro di connazionali, rinsaldando quel legame di stima e di Charleroi che ha accompagnato i visitatori camminan-concordia che ci fa sentire tutti orgogliosi di essere, do al loro fianco per le vie della sua città; un grazie in-come conferma la dicitura, non solo veronesi a Verona fine ai meravigliosi amici dell’Associazione Veronesi ma anche nel mondo.


SENTIERI DEL CIMITERO
Di Don Walter Soave

Alberi spogli Rami come braccia imploranti Terra nuda Giornate grigie L’uomo cammina Pensoso Per i sentieri del cimitero. Sentieri del cimitero… Terra sacra impastata d’umano d’universo. Ogni giorno della vita è dono Ogni giorno un passo verso la morte. Nascere per morire? Che vale la vita? Sentieri del cimitero… Cammino è la vita Verso il nulla verso l’eterno? Si crede nella vita dopo la morte Perché non si vuol morire? Sentieri del cimitero… Ogni vivente ritorna terra Tutto restituisce a madre terra Nudi si nasce Nudi si muore! Sentieri del cimitero… Nel silenzio di morte Eco di una parola che non passa “Io sono la risurrezione e la vita!” sola speranza per l’uomo che cammina pensoso per i sentieri del cimitero la vita avventura stupenda nell’eco della parola che non passa chi muore nasce! Sentieri del cimitero Sentieri di morte Sentieri di vita eterna!

2 NOVEMBRE: COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI “UNA CROCE E L’ERBA!”

Giornate novembrine, nebbiose e nuvolose.
Quando il sole disperde la nebbia o le nubi, è una gamma dei colori delle foglie, una vera mostra autunnale.Non si può non fermarsi a contemplare i colori d’autunno!Si deve trovare il tempo per cogliere i toni, le sfumature.
Se si dimenticano le preoccupazioni e si lascia che la poesia e la musica dei colori inon
dino lo spirito, si può vivere un intenso momento religioso.
Nella vita i momenti più intimi sono attimi che confinano con il mistero e l’infinito.
Quante volte nel contemplare i colori autunnali, lo spirito si apre ad una delicatissima
gioia che il cadere o volteggiare delle foglie muta in dolcissima malinconia.
Foglie morte…quante note e versi per questo spogliarsi e morire della natura!
Le foglie che cadono, gli alberi spogli, i rami come braccia invocanti al cielo, fanno pen
sare ai morti. L’autunno è anche la stagione dei morti.
Ogni anno la Chiesa, per la Commemorazione dei Fedeli Defunti, invita ad incammi
narsi al cimitero. Il giorno, la festa dei morti, è la festa del cimitero.
Non c’è festa se non ci si veste a festa. Anche il cimitero, per il suo giorno, si pulisce e si adorna di tanti fiori.Anche i morti costano, ma non ci si bada quando si spende per una tomba. La tomba, il sepolcro, è per molti l’ultimo atto di amore, di omaggio alla persona cara, amata.
Eppure… Cammino tra i sentieri e le strade di un cimitero, osservo i monumenti, i marmi, i vasi, le lampade che ardono giorno e notte.
Poi cerco, e c’è sempre qualche angolo che sembra dimenticato…anche là c’è una tomba e le basta una croce e l’erba come fiore.
La terra, sempre materna, accoglie, custodisce e copre ogni figliolo che le si affida.
Non c’è di meglio della croce e dell’erba per custodire un sepolcro. La croce basta a ricevere il nome. Titoli, onorificenze…non contano più, non interessano neppure le date, il valore della vita non si misura dal tempo.Solo la croce può accogliere e coprire chi muore. La croce è l’altare del Testimone: ha veramente vissuto chi della vita ha fatto una testimonianza. Quasi sempre la vita è fatta per crocifiggere o essere crocifissi: come premio o condanna basta una croce.
Nei sentieri c’è un sacro silenzio, un silenzio di morte. La morte è la realtà più orrenda, assurda, toglie tutto, cancella dalla storia.
Nel silenzio della morte, una sola parola per non essere disperati: IO SONO LA RISURRE
ZIONE E LA VITA! È la parola del RISORTO che ha vinto la morte.
Il desiderio che un giorno la sola croce e l’erba ricoprano la tomba non è poesia o ingenuo sentimentalismo, ma umile coraggio di accettare i valori della vita e la lezione della morte. Dopo una lenta, pensosa visita al cimitero, uscendo, verrebbe voglia di gridare: vanità delle vanità, tutto è vanità! Il grido è soffocato, si perde nel frastuono, nel ritmo impietoso della società del consumismo che fa affari anche con la morte!

Don Walter Soave

UNO DEI TEMI PREMIATI IN OCCASIONE DELLA “GIORNATA DEL MIGRANTE”

QUALE SIGNIFICATO PUO’ AVERE LA TRAGEDIA DI
MARCINELLE DOPO CINQUANT’ANNI?


Di Silvia Castelletti II° Liceo Scientifico “Alle Stimate”

La situazione economica italiana del secondo dopo guerra era, a dir poco, critica e non migliori erano le condizioni di vita dei contadini italiani stessi, costretti ad emigrare in altri Paesi per cercare un’occupazione più redditizia. Per far fronte, quindi, alla forte disoccupazione e contemporaneamente alla grave crisi economica, l’Italia accettò di stipulare con il Belgio un accordo che prevedeva di inviare cinque mila lavoratori italiani in cambio di carbone a prezzi più favorevoli. E’ proprio qui, in Belgio, che l’8 agosto 1956 ha luogo la tragedia di Marcinelle, che causò la morte di più di 250 persone tra cui la maggior parte (136) erano di nazionalità italiana. Ma questa non è stata l’unica tragedia che ha segnato la storia dell’umanità, e nemmeno la più grande; perché allora ancora oggi, dopo cinquant’anni, è bene ricordarla? Innanzitutto credo sia importante farlo perché non accada più che l’uomo sia negoziato in cambio di energia: l’accordo con il Belgio, infatti, prevedeva un vero e proprio scambio tra uomini ed energia, cosa che credo non debba succedere anche se un Paese si trova in una grave situazione di crisi economica. I cinque mila uomini che avrebbero dovuto lavorare in Belgio e risanare l’economia italiana, infatti, furono in verità più di 48.500 e le loro condizioni di vita erano pessime: spesso vivevano nelle baracche naziste degli ex-campi di concentramento o venivano ghettizzati; lavoravano più di dodici ore al giorno senza sosta e soprattutto spesso venivano rinviati in patria perchè malati prima del decimo anno di lavoro: a coloro che non lavoravano per dieci anni non veniva dato uno stipendio nè alcun tipo di beneficio economico. Credo, inoltre, che sia opportuno ricordare tragedie come questa perché l’Italia è passata da Paese di emigrazione a Paese di immigrazione, e quindi si potrebbero evitare agli emigrati di oggi tutti i disagi e i soprusi che gli italiani all’estero hanno subito. Si svilupparono, infatti, e spesso si sviluppano anche oggi, varie forme di xenofobia, secondo le quali qualsiasi atto illegale (brigantaggi, omicidi, violenze) veniva atribuito agli emigrati stessi; oppure allora come oggi si richiedeva manodopera straniera perchè il lavoro in questione era tra i pi umili: ieri i lavoratori del Belgio si rifiutavano di scendere in miniera come oggi gli italiani evitano volentieri di svolgere i lavori manuali pi duri: ciò però non autorizza uno Stato a non assicurare a questi stranieri un lavoro tutelato. In senso ancor pi stretto, infine, credo si debba ricordare questa tragedia perchŽ anche oggi esistono ancora in molti Paesi (Messico, Romania, West Virginia) miniere in cui trovano la morte molti lavoratori. In particolare un articolo del quotidiano locale "L'Arena" dello scorso 5 marzo, sottolineava come nelle miniere cinesi siano morte quindici persone non meno di poche settimane fa (il 24 febbraio); e il numero di minatori cinesi morti dal 2004 a oggi è, secondo un'organizzazione non governativa, di circa ventimila persone (sei mila secondo il governo cinese di Pechino). NellĠarticolo, inoltre, questi lavoratori vengono definiti come "l'immagine passata dello sviluppo moderno", poichè, vi si spiega, ricordano le immagini descritte tra la fine dell'800 e i primi anni del '900 da scrittori noti come il francese Emile Zola o gli italiani Pirandello e Verga. È questo lĠultimo motivo per cui, secondo me, è utile ricordare tragedie come quella di Marcinelle: perchŽ mostrano nella realtˆ ci˜ che si studia tra i banchi di scuola e che potrebbe rimanere molto astratto. Il corpo scarno e sfiancato dalla fatica, di Ciaula in "Ciaula scopre la luna" di Pirandello; la morte per tubercolosi di Ranocchio o per essersi perso nella miniera come accade a Rossomalpelo nella novella di Verga intitolata proprio "Rossomalpelo", infatti, possono sembrare immagini lontane a cui si può rimanere indifferenti se studiate solamente sui libri di scuola, ma scene di vita che invece sono molto vicine a noi se solo ci ricordassimo di tragedie come quella di Marcinelle o di coloro che vivono realmente così anche oggi. Concludo dicendo che quindi il ricordo di Marcinelle può avere ancora un profondo significato, non fosse almeno perché la morte di tutti quei minatori fa parte della cultura e dell'identità di quegli italiani che, oggi come ieri, vivono e lavorano all'estero.


UN MOSAICO DI STORIE D’EMIGRAZIONE DALLA LESSINIA AL MONDO

QUEL LUNGO PONTE SUGLI OCEANI

DA UN BELLISSIMO LIBRO DI RAFFAELLO CANTERI, UN OMONIMO
SPETTACOLO TRA MUSICA E TEATRO DI NARRAZIONE

MERCOLEDI’ 6 DICEMBRE, ALLE ORE 17,30 PRESSO LA CAMERA DI COMMERCIO IN CORSO PORTA NUOVA 96, A VERONA, AL PRIMO PIANO NEL SALONE DEL TRANSATLANTICO, VERRA’ PRESENTATO LO SPETTACOLO IL PONTE SUGLI OCEANI -LESSINIA VENETO ITALIA. STORIE DI EMIGRANTI. TRATTO DAL LIBRO OMONIMO DI RAFFAELLO CANTERI CIERRE EDIZIONI 2006. RECITAL DI WALTER PERARO, MUSICHE: ACOUSTIC DUO CON ANTONIO CANTERI E STEFANO BERSAN SARA’ PRESENTE L’AUTORE INTRODURRA’ GIUSEPPE RICCARDO CENI PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE VERONESI NEL MONDO.

LibroLo spettacolo in questione è molto bello, sotto tutti i punti di vista, e invitiamo tutti coloro che ne hanno la possibilità a partecipare al recital, ne vale la pena. Ma vale la pena anche la lettura de “Il ponte sugli oceani”, che Raffaello Canteri ha scritto per la collana Percorsi della Memoria della Cierre Edizioni (246 pagine, 12,50 euro). E’ una lettura ricchissima di suggestioni e di emozioni, che alla rigorosa ricerca storica (negli archivi comunali e parrocchiali, nei colloqui con i discendenti, alcuni rintracciati direttamente, altri grazie al “filò via internet” che pare quasi una nemesi delle incommensurabili distanze di un tempo, vere e proprie barriere geografiche e temporali che dilatavano di mesi o addirittura anni dialoghi e notizie attraverso l’oceano, appunto) mescola una voce – quella degli eroici protagonisti dell’emigrazione filtrata dalla particolare sensibilita’ dell’autore – lirica e appassionata, ora dolente ora gioiosa, che rende il mosaico di eventi palpabile ed emozionante come un’esperienza vissuta quasi in diretta. Forse perché Canteri, nato a Montorio - da alcuni anni ha scelto di vivere in Lessinia, a Cerro Veronese – si è da tempo calato con spirito quasi da missionario nello studio e nell’indagine delle sue radici (Cantero, del resto, si chiama una contrada di Roveré, il comune lessinico da dove parte tutto il reticolo di vicende di emigrazione che sorregge questo “Ponte sugli oceani”). Spiega, l’autore, che la spinta decisiva a percorrere a sua volta, - natural-mente con la penna e prim’ancora con le orecchie attente, curiose e ben aperte – questa rete di viaggi intercontinentali (il Sudamerica, gli Stati Uniti, la Francia, l’Australia) gli è venuta da una mail ricevuta da una Silmara Canteri da Ivaiporà, Brasile, Stato del Paranà, desiderosa di informazioni sulle comuni origini veronesi.

“La comunità dei lessinesi nel mondo – scrive Canteri nel capitolo finale Filò in Internet – cresceva di giorno in giorno. Ero orgoglioso di questo. E del fatto che Silmara lavorasse come segretaria in una compagnia di consulenza aziendale in Rua Josè Canteri, fundador de Ivaiporà. Ero orgoglioso della mia gente”. Ma l’orgoglio non era destinato a rimanere un fatto privato, limitato alla cerchia familiare. Riguardava l’orgoglio di appartenere a tutto un mondo abituato da sempre a lottare contro le avversità della vita, e che per quasi un secolo, dalla metà dell’800 fino a quella del ‘900, era stato costretto ad abbandosi – ovviamente senza la facile cognizione di causa che oggi ci viene permessa dalla Rete e comunque dall’ipercomunicazione – con genti e strade sconosciute, per dirla come una vecchia canzone di Sergio Endrigo. Tutto doveva apparire grande e minaccioso, oscuro e pericoloso, come forse anche la Lessinia, nei tempi antichi, appariva ai suoi abitanti e ai Cimbri che vi erano arrivati nel Tredicesimo Secolo. “Gli pesavano le distanze, questo sì. Perché la Merica non è come l’Arzare che quando sei nei campi ti basta dar su con la voce per farti sentire da tutti della contrada e anche da quelli che stanno catando su il fieno al Maso e ai Comparoni e se per caso succede una disgrassia la sanno in dieci minuti anche ai Garonzi e a Cantero e sulla Piazza. In Merica le distanze si misurano in ore di mulo, anche da un’abitazione a un’altra di parenti. E la notte sei solo come un cane e non ti resta che guardare le stelle e ascoltare il rumore della foresta e buttarti a dormire”. nare il proprio secolare habitat (a volte anche per voglia d'avventura, e a volte ritornandoci, magari per ripartire qualche anno dopo) alla volta del Brasile o del Nuovo Galles australiano, delle miniere della Pennsylvania o di quelle della Lorena, al confine tra Francia e Germania. Ecco, dunque, il primo obiettivo del libro: "Dobbiamo restituire dignità a questi uomini. Per molti anni aveva prevalso la volontà di rimuovere, di dimenticare. L'Italia del miracolo economico e del benessere non aveva voluto fare i conti con il proprio passato. Le storie tristi di famiglia era meglio rimuoverle. Ora era venuto il tempo di conoscere e riconoscere". La sentita necessità, dunque, di riparare a un 'buco' di cento e più anni. Ma un modo, anche, di far luce su un passato per capire presente e futuro, per "scoprire la bellezza infinita dei toni dissonanti che compongono la musica delle anime del mondo". Chi vuol intendere intende. Dal "Ponte sugli oceani", dicevamo, passano centinaia di nomi (tanto che non  facile, talvolta, ricordarsi ordini genealogici e di parentele) e di vicende, molto spesso tragiche (oggi impressiona, forse pi di qualsiasi altra cosa, il tasso di mortalità infantile che caratterizzava questo mondo pre-penicillina, con malattie quasi sempre causate dalle condizioni insane di vita imposte dalla miseria), spesso toccate dalla poesia profonda che in qualche maniera riscatta, valorizza, rende persino immortale la sofferenza. Sono tante le pagine memorabili di questo commosso e partecipe flash-back, oltre tutto caratterizzato da un linguaggio innovativo (e al tempo stesso arcaico) che mescola come in un naturale flusso di coscienza dialetto e parole francesi, inglesi, spagnole, portoghesi. Come se l'autore riuscisse senza fatica ad immedesimarsi in quegli uomini e quelle donne costretti a confrontarsi - ovviamente senza la facile cognizione di causa che oggi ci viene permessa dalla Rete e comunque dall'ipercomunicazione - con genti e strade sconosciute, per dirla come una vecchia canzone di Sergio Endrigo. Tutto doveva apparire grande e minaccioso, oscuro e pericoloso, come forse anche la Lessinia, nei tempi antichi, appariva ai suoi abitanti e ai Cimbri che vi erano arrivati nel Tredicesimo Secolo. "Gli pesavano le distanze, questo sì. Perchè la Merica non è come l'Arzare che quando sei nei campi ti basta dar su con la voce per farti sentire da tutti della contrada e anche da quelli che stanno catando su il fieno al Maso e ai Comparoni e se per caso succede una disgrassia la sanno in dieci minuti anche ai Garonzi e a Cantero e sulla Piazza. In Merica le distanze si misurano in ore di mulo, anche da un'abitazione a un'altra di parenti. E la notte sei solo come un cane e non ti resta che guardare le stelle e ascoltare il rumore della foresta e buttarti a dormire".

INCONTRO TRA EX-EMIGRATI IN SVIZZERA

E LA VALPOLICELLA ABBRACCIA BELLUNO

Guidati dal 'nostro' appassionato ed infatigabile Cavalier Benito Scamperle, Presidente di tutti gli exemigrati veronesi, lo scorso 4 giugno 55 tra soci e simpatizzanti degli ex-emigrati della Valpolicella si sono recati a Santo Stefano di Cadore per un festoso incontro con i loro ex-compagni di lavoro della cittadina in provincia di Belluno. Alla bella iniziativa è stato dato ampio spazio sulla stampa locale di Belluno, che così ha raccontato l'avvenimento: “Domenica 4 giugno il capoluogo del Comelico si è vestito a festa per accogliere gli amici e compagni di lavoro in Svizzera provenienti dalla Valpolicella (Verona), un gruppo di 55 persone accompagnate dal loro presidente, il Cavalier Benito Scamperle, che ormai da alcuni anni si reca in provincia per ritrovare amici di lavoro in emigrazione. Solenne messa di Pentecoste celebrata da Don Diego Soravia, accompagnata dalla Corale diretta dal Maestro Nicola Guadel, visita al centro del paese, saluto del rappresentante del sindaco Michele Palato, con foto ricordo davanti al municipio. Infine, pranzo allo Sport Hotel Monaco, con i ringraziamenti da parte del Presidente degli ex-emigranti del Comelico Antonio Martini, del parroco Don Diego, dell'albergatore Bruno De Candido, del Presidente degli ex-emigranti di Verona Benito Scamperle, e del direttore dell'Associazione Bellunesi nel Mondo Patrizio De Martin, anch'egli ex-emigrante in Svizzera. Per tutti i partecipanti l'impegno è quello di continuare con questi incontri anche nei prossimi anni”.


IL RICONOSCIMENTO DEI VERONESI NEL MONDO ALLE
SUORE DELLA COMPAGNIA DI MARIA

LA VIA CRUCIS PER I MORTI DI MARCINELLE

La nostra Associazione ha finanziato la messa in posa della Passione di Gesù nell'istituto religioso a Ferrara di Monte Baldo. Con una speciale targa lapidea a ricordo della tragedia del Bois du Cazier

Lo scorso sabato 7 ottobre è stato un giorno importante per l'Associazione Veronesi nel Mondo. Circa centoventi associati e simpatizzanti, guidati dal Presidente Giuseppe Riccardo Ceni e dal vicepresidente Giuseppe Bertani, si sono recati nel suggestivo, piccolo centro di Ferrara di Monte Baldo, precisamente al Soggiorno “Fortunata Gresner” gestito dalle Suore della Compagnia di Maria, che come abbiamo riportato nel numero scorso del giornale, operano pure in Argentina con progetti di solidarietà cui anche la nostra associazione sta collaborando. Come segno di riconoscenza per l'opera delle Sorelle, i Veronesi nel Mondo hanno voluto sostenere con un contributo economico la messa in posa di una Via Crucis - i capitelli con le formelle dipinte da Eugenio Parolini raffiguranti le stazioni della Passione di Gesù - nel parco dell'istituto della Compagnia di Maria, uno spazio in mezzo ai boschi percorsi dai daini alle pendici del Monte Baldo. La Via Crucis è stata inaugurata, e benedetta da Monsignor Maffeo Ducoli, veronese già Vescovo di Belluno, appunto nella mattinata del 7 ottobre. Al termine delle stazioni della Via Crucis, poi, è stata posta una targa lapidea, con una bellissima frase, dedicata ai morti di Marcinelle nel 50° anniversario della tragedia del Bois du Cazier: “Nella Passione di Gesù trova un senso il dolore dell'uomo”. Sulla targa, è stato anche applicato un pezzo di carbone proveniente appunto dalle miniere di Marcinelle, che è stato donato dal sindaco della città belga di Charleroi ad una delegazione dell'Associazione Veronesi nel Mondo nell'agosto scorso.

L'incontro è cominciato con la Santa Messa celebrata da Monsignor Ducoli, insieme al Parroco di Ferrara Don Mario, e dal nostro Don Walter Soave. Siamo stati accolti con grande calore dalla Madre Generale dell'istituto, Suor Maria Grazia. Tra i presenti, gli associati ai Circoli della Lessinia, della Valpolicella, del Garda-Baldo e del-la Bassa Veronese, con i rispettivi stendardi. Tra le autorità, il sindaco di Ferrara di Monte Baldo, Paolo Rossi, l'Onorevole Raffaele Bazzoni attualmente consigliere regionale nella Commissione Sanità, e i consiglieri dell'Associazione Veronesi nel Mondo Giovanni Zantedeschi e Sergio Ruzzenente. Introdotta dai canti delle Sorelle della Compagnia di Maria, la celebrazione è cominciata con il saluto di Monsignor Ducoli, che ha ricordato i morti di Marcinelle, il cui sacrificio è ricompensato dalla gioia eterna del Paradiso. L'ex-Vescovo di Belluno ha ricordato anche come l'ordine della Compagnia di Maria, Vergine del Rosario, venne istituita nel 1571 da Papa Sisto V°, perché si riteneva che la Madonna avesse interceduto a favore dei Cristiani nella battaglia di Lepanto contro i Turchi, nell'ottobre di quell'anno. Monsignor Ducoli ha sottolineato come anche oggi la gente cattolica abbia molte difficoltà e patisca parecchie sofferenze in paesi come la Cina, l'Indonesia, la stessa Turchia e un po' in tutto il mondo islamico.
Noi, invece, dobbiamo accogliere con amore - ha detto ancora il Monsignore - chi arriva sul nostro territorio, a patto che rispetti le nostre leggi e s'inserisca nella nostra cultura. Dopo la benedizione della targa lapidea, Suor Maria Grazia ha ringraziato per aver avuto la possibilità di ricordare con questa installazione il sacrificio dei minatori di Marcinelle, e ci siamo avviati nel parco per percorrere tutti insieme la Via Crucis. Don Walter, invitato dal Presidente Ceni a dire qualche parola, ha definito i migranti come “degli eroi che hanno onorato l'Italia più di chiunque altro”. “Partire è un po' morire - ha detto - si lascia tutto quello che aiuta a vivere. Si andava nell'orrore delle miniere del Belgio perché proprio nei posti peggiori si aveva la possibilità di guadagnare di più, e di aiutare le proprie famiglie. Quasi tutti quelli che hanno lavorato lì hanno la silicosi. Viva i migranti, sempre eroi”.

Da Carla Flangini Laurini, vicepresidente del
Circolo Veronesi nel Mondo

Dal BrasileDAL BRASILE - 22 aprile 2006: sono stata alla Giornata dell'Emigrante alla Fiera di Verona, e vorrei lasciare la mia testimonianza, di come si sente una persona portata via dalla propria madrepatria ancora piccola, ad appena sette anni. 7 agosto 1948: Genova, il porto; avanti “Paolo Toscanelli”, una nave, l'addio alla cara nonna, ai cugini e agli zii…e, poco a poco, mi allontanava accanto a mia madre, che piangeva; io non sapevo il perché, e mio fratello, che mi diceva “andiamo dal papà, è un anno che non lo vediamo”. Papà Bruno Flangini, dopo tanti anni di lavoro in campagna all'interno dello Stato di San Paolo del Brasile, ha portato la famiglia nella capitale. Lì, con l'aiuto del Dottor Attilio Beghini e del Dottor Fernando Solinas, ha fondato, nel 1982, l'Associazione Veronesi nel Mondo di San Paolo -Circolo San Zeno. L'anno venturo celebreremo il venticinquennale della fondazione. Con molto impegno e in amicizia cerchiamo di trasmettere ai nostri figli, nipoti ed amic, l'amore per l'Italia, per Verona,con tutta la relativa cultura e tradizione, e vogliamo che non dimentichino la lingua dei loro antenati. Ora siamo in 130 famiglie. Per capire il risultato del nostro lavoro, vi racconterò di un passaggio in una nostra conversazione. In un mio discorso avevo espresso la preoccupazione per il futuro della nostra associazione, per la partecipazione dei giovani. Quando ho finito e sono scesa dal palco, mio nipote Luca, di dieci anni, mi ha detto sottovoce: “Non preoccuparti nonna, sarò io il Presidente dei Veronesi nel Mondo di San Paolo”. Avrei il piacere di chiedere al Presidente Ceni, a nome mio, del nostro Presidente Ingegner Luigino Andrioli, e di tutto il Direttivo, che faccia il possibile per mettere, tra i suoi progetti, l'inclusione di stage e piccoli corsi d'arte, vinicultura, ristorazione e fabbricazione di mobili, perché i nostri giovani possano aprirsi a nuovi orizzonti ed arricchirsi con nuove opportunità di lavoro. Vi ringrazio per l'opportunità che ho avuto di rivedere la mia cara Verona e gli amici, e vi saluto cordialmente.

DAL’ARGENTINA

Riceviamo purtroppo da Luciano Stizzoli, Presidente dell'Associazione Veronese L'Arena, la notizia della scomparsa dell'amico e consigliere Leopoldo Vanini. Ecco una piccola nota su Leopoldo inviataci da Stizzoli.
Leopoldo Vanini era nato l'8 novembre del 1920 a Verona. Da Silvia Cagliario e Giulio Vanini. Leopoldo era il primo di cinque fratelli, con Renato, Lucia, Luciano e Giovanni. Partecipò alla Seconda Guerra Mondiale, e fu fatto prigioniero dai Tedeschi. Dopo la guerra, Leopoldo si sposò il 18 ottobre 1947, in Italia, con Amalia Catalina Ambrosini. Era arrivato in Argentina il 2 gennaio 1948, e ha lavorato per 32 anni in una ditta importante, La Cantabrica; prima come operaio, poi come macchinista, dopodiché fu eletto Delegato alla difesa dei diritti dei lavoratori della stessa ditta. Leopoldo è stato per molti anni Consigliere dell'Associazione Veronese L'Arena, partecipando con grande impegno e cercando di trasmettere a figli e nipoti le sue origini e tradizioni veronesi. I suoi tre figli Oscar, Roberto e Gabriele gli hanno dato dieci nipoti e quattro pronipoti. Leopoldo Vanini ci ha lasciato a 85 anni il 2 giugno 2006.

Da Suor Maria Rosa Ballini, delle Figlie di San Paolo di Nairobi

DAL KENIA - Carissimi amici, innanzitutto ancorae sempre grazie per “Veronesi nel Mondo”, che ci arriva regolarmente. Grazie per la sorpresa di essermi vista nel numero di luglio 2006! Ma specialmente complimenti e grazie per tutte le attività che svolgete. E AUGURI AL CHIEVO! Per quando avrete ancora un angolo libero nel giornale, desidero ancora far arrivare i saluti a tutti voi e ai nostri connazionali, e raccontarvi brevissimamente della nostra attività in Africa. Sono una Suora Paolina e ho lasciato l'Italia per la missione nel luglio 1961 e sono in Africa dal 1972.Anche qui svolgiamo il nostro apostolato di evangelizzazione con i mezzi di comunicazione, ben inserite nella Chiesa e con la Chiesa. Con molte edizioni economiche, spesso sotto prezzo, cerchiamo di arrivare a tutti (attraverso scuole, parrocchie, fiere ecc.), per divulgare non solo catechismo e libri religiosi, del resto molto richiesti, ma anche libri per la promozione umana e sociale, educazione, formazione di giovani e genitori, nonché libri sull'Aids e su problemi sociali. Il nostro catalogo, con oltre 500 titoli, è apprezzato e conosciuto da tutti. La nostra editoria, che quest'anno compie 25 anni di servizio, serve tutta l'Africa di lingua inglese, e molti ordini da varie parti del mondo. Certamente il fiore all'occhiello è stata la pubblicazione dell'AFRICAN BIBLE - per la Chiesa in Africa. E' una traduzione approvata, arricchita di vari commenti incorporati in ogni pagina, da biblisti africani. Recentemente è stata tradotta in portoghese, ed ora si sta lavorando alla traduzione in lingua Swahili. Io ho lavorato molto e in varie nazioni, per l'Animazione Biblica, e nell'aiuto all'apertura di librerie cattoliche.Il centro editoriale è qui a Nairobi, ed è diretto sin dall'inizio da Suor Teresa Marcazzan di San Giovanni Ilarione. Ora noi invecchiamo, con la gioia di vedere i frutti, e cerchiamo di trasmettere questo prezioso impegno alle giovani africane, desiderose di continuare questo apostolato e questa attività promozionale. Al momento abbiamo varie professe nelle diverse nazioni, e qui 18 novizie per il continente. Grazie per la vostra continua amicizia che serve ad incoraggiarci nel nostro lavoro.

Saluti carissimi Suor Maria Rosa Ballini


DA BUENOS AIRES

IL NUOVO CONSIGLIO DIRETTIVO
DELL'ASSOCIAZIONE VERONESE L'ARENA

Lo scorso 22 luglio, nella sede di Buenos Aires, si è riunita l'assemblea dei soci dell'Associazione Veronese L'Arena, che ha nominato il nuovo Consiglio Direttivo, che riportiamo qui sotto, con i migliori auguri di buon lavoro. Presidente: Luciano Stizzoli Vicepresidente: Umberto Marsili Segretaria: Liliana Menegatti Pro-segretaria: Isabel Menegatti Tesoriere: Rodolfo Galzenati Pro-tesoriere: Ruben Galzenati
Consiglieri: Hilario Tregnaghi, Suor Ancilla, Danilo Perazzini, Elsa Tonietto,
Adela Tonietto, Bruno Ciocchetta, Jorge Muracciole, Gabriel Vanini, Oscar Va
nini, Susanna Bellorio, Andrea Tregnaghi, Jorge Campostrini.
Collaboratori:Osvaldo Galzenati, Norma Bussola, Renata Tomezzoli, Elena Negri,
Liduina Pretto, Giorgio Zampicinini, Genoveva Piccoli.
Revisori dei Conti: Giovanni Gozzo, Irma Dal Forno, Luisa Marconi.

 

CARAVAGGIO RIO GRANDE DO SUL

Dal Professor Josè Victorio Piccoli riceviamo e volentieri pubblichiamo

DAL BRASILE - Gli immigrati italiani che arrivarono, a partire dal 1875, nella sierra del Rio Grande do Sul, in Brasile, erano molto religiosi. Come i contadini nella povera Italia di quel tempo, non avevano il minimo necessario per vivere, e per questo moltissimi era-no emigrati. Quando arrivarono, tutto era difficile: la foresta, le belve, poco cibo; ma la loro religiosità, la fede, e il lavoro pertinace, furono la forza per vincere i grandi problemi. Un gruppo si stabilì nell'odierno comune di Farroupilha, l'antica Nova Vicenza, nella regione della grande Caxias. In un luogo quasi in mezzo alla foresta, gli immigrati costruirono una piccola ed umile cappella nel 1877. Poiché non avevano statue di santi, fu introdotto nella chiesetta un'immagine della Madonna del Caravaggio posseduto da un contadino emigrato di nome Natale Faoro, e da allora la cappella di legno venne denominata la Madonna di Caravaggio. Oggi questo sito si è trasformato in un grande Santuario, tuttora posto nella campagna nel comune di Farrouphila. Il quadro fu sostituito con una rustica statua in legno costruita da un immigrato. Nel 1890, siccome i devoti crescevano di numero, fu edificata una chiesa in muratura, tuttora esistente; e dato che il movimento religioso si estendeva progressivamente, si individuò un luogo di pellegrinaggio a raggio regionale: Caxias do Sul, Bento Gonçalves, Flores de Cunha, antica Nova Trento, Garibaldi, Carlos Barbosa, senza dimenticare Farroupilha. Data l'importanza devozionale attribuita dalla gente, nel 1959 il vescovo di Caxias proclamò la Madonna di Caravaggio protettora della diocesi. Così la venerazione iniziata a Caravaggio, in Italia, nel XV° secolo, venne diffusa intensamente nella colonizzazione italiana, e soprattutto veneta, in questa regione. E poiché il pellegrinaggio continuava a crescere, a poco a poco fu eretto un magnifico Santuario concluso e festosamente inaugurato nel 1963. Adesso il pellegrinaggio verso questo luogo campestre è continuo tutto l'anno. Ma il 26 maggio è la giornata cruciale con la celebrazione religiosa. Nel 2006 si è celebrato il 127° pellegrinaggio. Si calcola che nella data sopracitata e nei giorni immediatamente vicini giungano al Santuario circa 300 mila persone.

Abbiamo ricevuto la triste notizia della Signora Placidia Garonzi, Placidia, originaria di Roverè Veronese, si è spenta serenamente il 23 febbaio 2006 a Melbourne, all’età di 92 anni. L’ Associazione Veronesi nel Mondo, Presidente e Consiglio di Amministrazione, partecipa al dolore dei familiari ed esprime le proprie condoglianze.


DAL BRASILE

24 ANNI PER IL CIRCOLO DEI VERONESI DI SAN PAOLO

Ass. VR San PaoloL'Associazione Veronesi nel Mondo di San Paolo del Brasile, con lo spirito e l'obiettivo di mantenere le tradizioni della propria terra d'origine, e per festeggiare il suo 24° anniversario di fondazione, ha organizzato una gita all'incantevole hotel-fazenda Salto Grande nella città di Araraquara. Erano presenti molti Veronesi, simpatizzanti ed amici. L'intrattenimento è cominciato già durante il viaggio in autobus, con la proiezione di classici film italiani. In questi tre giorni di permanenza, il gruppo si è diviso tra molteplici attività: pesca sportiva, passeggiate a cavallo, bagno in piscina, visita alla grande cascata ecc. Per i bambini il tipico gioco veronese del rompar le pignate, filastrocche della nonna, ecc. Il momento più solenne è stato la Santa Messa di ringraziamento celebrata in italiano con l'accompagnamento della magnifica corale del Circolo Italiano di Araraquara. Arrivederci al prossimo anno.

DAL VENETO

UN CONVEGNO ORGANIZZATO DALLA DELEGAZIONE VENETO DEL CTIM
NELLA PRESTIGIOSA SALA DEL CONSIGLIO COMUNALE DI VERONA

PROGETTUALITA' E PROSPETTIVE
DELLA “NUOVA EMIGRAZIONE” ITALIANA

Presenti delegati di varie nazioni. Alla sera l'incontro con l'on. Mirko Tremaglia,
Ministro per gli Italiani nel Mondo nella precedente legislatura

Un punto sull'attualità generale dell'emigrazione italiana e veneta (data soprattutto da esodi lontani), dell'inserimento nel tessuto socioproduttivo nazionale delle fresche generazioni d'origine italiana (i cosiddetti “rientri” che sono, più che altro, “entrate” ex novo) e delle opportunità economiche, formative, relazionali colte da avveduti italiani nelle “nuove frontiere” del business ai quattro punti cardinali. Ha sviluppato questi temi di fondo l'incontro che s'è tenuto di recente nella sede del Consiglio Comunale, a Palazzo Barbieri, nella centralissima Piazza Bra di Verona, e che ha visto la partecipazione attiva dall'estero di delegati ed “addetti ai lavori” nel campo dell'emigrazione/immigrazione. Preceduto dall'inaugurazione d'una mostra fotografica sull'emigrazione veneta e dalla relativa visita guidata, il convegno è stato organizzato dalla Delegazione Veneto del Ctim (Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo) in collaborazione con l'Assessorato ai Flussi Migratori della Regione Veneto,l'Assessorato alle

Relazioni Internazionali del Comune di Verona e Veronafiere. Aperto dal Delegato Regionale Ctim, Massimo Mariotti, l'occasione ha registrato gli interventi di Gian Luigi Ferretti (Coordinatore Generale del Ctim), Claudio Beccalossi (Presidente dell'Associazione Scaligera Italia-Ucraina), Pierluigi Bolla (Presidente INFORMEST),Beatrice Cecchinato (Presidente Confederazione Giovani Veneti), Niko Cordioli (Presidente ATER), Giuseppe Riccardo Ceni (Presidente dell'Associazione Veronesi nel mondo), Gian Andrea Chiavegatti (Presidente della Fondazione Conoscere l'Eurasia),Vittorio Di Dio (Relazioni Esterne Fiera di Verona), Maurizio Filippi (Presidente dell'Associazione Padani nel mondo), Matteo Gelmetti (Presidente UNICOOP), Aldo Rozzi Marin (Presidente dell'Associazione Veneti nel mondo), Giancarlo Mazzetto (Presidente dell'Associazione Triveneto per l'Est Europa). Progettualità e prospettive riguardanti soprattutto i Paesi extra Unione Europea (dell'Est Europa e del Sud America) sono state illustrate anche in un'ottica di coinvolgimento, di collaborazione comune alla miglior riuscita del “made in Italy” fuori dall'Italia. Magari riuscendo a scrollarsi di dosso, una volta per tutte, quella patina di provincialismo sorpassato legato alle vecchie, stantie immagini degli emigranti ante litteram con la classica valigia di cartone. Immagini da soffitta che non vanno d'accordo con le professionalità dimostrate e cercate dai “nuovi emigranti” con computer portatili, cellulari satellitari e con master e stages nel proprio curriculum. Anche l'emigrazione, perciò, si evolve… Gli argomenti toccati nella sala del Consiglio Comunale sono stati ripresi la sera, durante la cena sociale, dallo stesso fondatore del Ctim e Ministro per gli Italiani nel Mondo nella precedente legislatura, on. Mirko Tremaglia. Intervenuto con la moglie, ha voluto sottolineare ancora una volta, con giusto orgoglio, d'essere stato il primo (e l'unico, finora) a “smuovere” il sacro totem della Costituzione italiana per poter dare la possibilità agli italiani all'estero di poter votare (ed essere votati) alle elezioni per il Parlamento Nazionale.

INCONTRO TRA LA FAMIGLIA CHESINI E I GIALLOBLU’
UN FORZA HELLAS CHE ARRIVA DALL’AUSTRALIA A SOSTEGNO
DEL GRANDE CUORE DEL PRESIDENTE PIERO ARVEDI

Arvedi e ChesiniGrazie all’iniziativa del Presidente dell’Associazione Veronesi nel Mondo, Giuseppe Riccardo Ceni, un simpatico incontro si è verificato qualche settimana fa davanti allo Stadio Bentegodi. Saverio Chesini, imprenditore marmifero nato in Valpolicella, emigrato al seguito della famiglia in Australia nel 1978 (papà Pietro, fondatore dell’azienda di casa, è stato sindaco di Sant’Ambrogio negli anni ’70), è venuto a Verona, come fa ogni anno in occasione della Fiera del Marmo. Per la prima volta, quest’anno, ha portato con sé da Adelaide, dove vive, anche i figli Peter e Jake, entrambi piccoli calciatori in erba nelle file del Campbell Town, squadra di una zona di Adelaide abitata in gran parte da famiglie di origine italiana. Saverio, Peter e Jake, e con loro il cugino ‘veronese’ Paolo Campostrini, hanno avuto il piacere di incontrare il mister dell’Hellas, Massimo Ficcadenti, il nuovo Presidente e proprietario del Verona, il Conte Pietro Arvedi, e soprattutto il loro connazionale Jess Van Strattan, che invece viene da una cittadina a nord di Sydney. Van Strattan è arrivato in Italia, inizialmente alla Juve sette anni fa, dopo un brillante mondiale juniores in Nuova Zelanda, in cui l’Australia fu sconfitta solo in finale dal Brasile. Ai Chesini Van Strattan ha detto di avere nostalgia di casa, ma ha aggiunto che a Verona si trova molto bene e che l’Italia, per un calciatore, è ancora il posto ‘giusto’. Per ora Jess si deve accontentare di vedere la partita dalla panchina, avendo davanti a sé, come portiere, Gianluca Pegolo, ovvero uno dei pochi punti di forza (e ormai di esperienza) dell’Hellas, probabilmente destinato prima o poi a finire in serie A. E Van Strattan è ancora abbastanza giovane da poter attendere con pazienza il suo turno. Avevamo conosciuto il simpatico Saverio Chesini, che parla tuttora perfettamente italiano, nell’