VERONA
E LUSSEMBURGO, UNITI
NELL’EUROPA DI IERI E DI DOMANI
Celebrato, insieme alla nostra delegazione, il 25°
anniversario dell’Associazione Lussemburghese
dei Veronesi nel Mondo
Lo
scorso 22 settembre, una delegazione dell’Associazione
Veronesi nel Mondo, circa una trentina di
persone, si è recata in Lussemburgo,
per partecipare ai festeggiamenti per il
25° anniversario della locale associazione
dei Veronesi nel Mondo, presieduta con rigore
e passione dall’amico Vito Spinosa.
La nostra delegazione era guidata dal Presidente
Giuseppe Riccardo Ceni e dal Vicepresidente
Giuseppe Bertani. La comitiva era formata
per lo più da ex-emigranti, coordinati
dal sempre attivissimo Benito Scamperle,
Presidente degli exemigrati veronesi.
262 RINTOCCHI NEL SILENZIO DEL
BOIS DU CAZIER
Emozioni
e testimonianze rivivono nel ricordo dei minatori
e dei loro familiari di Dario Bruni
Di fronte alle grandi tragedie, soprattutto a distanza
di tanti anni, spesso non rimane che il gesto
umile ma significativo del ricordo, e l’essere
presenti laddove il dramma si è consumato
diventa il doveroso tributo che ancora possiamo
offrire alle vittime di quella catastrofe.
Con questo spirito di sobrio ma profondo cordoglio
un gruppo di veronesi, tredici persone in
tutto, provenienti da San Giovanni Ilarione,
condotti dal vicepresidente dell’Associazione
Veronesi nel Mondo di Verona, Giuseppe Bertani,
delegato dal Presidente Giuseppe Riccardo
Ceni, ha partecipato tra il 7 e l’8
agosto scorsi, alle cerimonie di commemorazione
del 50° anniversario della tragedia di
Marcinelle. Ad attenderli, nella mattinata
di lunedì 7 agosto all’aeroporto
di Charleroi, c’erano i rappresentanti
locali dei “Veronesi nel Mondo”:
il Presidente Ingegner Lino Stoppele, accompagnato
da Mario e Teresa Rigodanzo e da Flavio Veronese
con sua moglie, preziose guide ai visitatori
nel corso dei due giorni trascorsi in terra
belga.
La marcia silenziosa.
I “Veronesi nel Mondo” di Charleroi
hanno fatto le cose alla grande: il primo,
toccante appuntamento è stato fissato
per la serata dello stesso 7 agosto: la marcia
silenziosa in onore dei minatori caduti. I
pochi minatori che si apprestano a guidare
il corteo scrutano i volti dei presenti nel
tentativo di recuperare le fisionomie di qualche
loro compagno ormai scomparso da tempo: molti
sono abruzzesi (60 delle 136 vittime italiane
provenivano da quella regione), ma i dialetti
di tutta la penisola si sovrappongono e si
mescolano.
La delegazione veronese è partita alle 5 del mattino
da San Floriano di Valpolicella, e dopo
aver attraversato in pullman i bellissimi
paesaggi della Svizzera, dell’Alsazia
e della Lorena, è arrivata in selà
delle differenze linguistiche, vicine nel
comune progetto di Unità Europea.
Dopo la cerimonia, alle 17, c’è
stato il corteo per le vie di Esch fino
al Monumento “L’Abbraccio”
nella Piazza della vamente Presidente Onorario
e Vicepresidente. Venne registrata nel Comune
di Differdange il 3 aprile di quell’anno,
e alla fondazione contribuì Mario
Rampin. Il primo Presidente eletto fu il
Cavalier Aldo Galeto. Vito Spinosa, entrato
nell’associazione come membro simpatizzante,
divenne prima Presidente Onorario, nel 1992,
al posto di Vincenzo Sorani che aveva lasciato
l’incarico per motivi personali, dopo
aver portato in Lussemburgo anche il Coro
dell’Arena di Verona. In seguito Spinosa
sostituì in carica il Presidente
Galeto, che dopo la morte della moglie trascorreva
sempre più tempo in Italia, e quindi
prese la decisione di affidare il compito
all’amico Vito., che venne ufficialmente
eletto il 3 marzo del ’97, ad un’assemblea
generale alla presenza dell’allora
Presidente dei Veronesi nel Mondo, Fernando
Solinas. Molto intensa l’attività
dei Veronesi nel Mondo del Lussemburgo,
che ogni anno organizza viaggi in Italia,
manifestazioni di svago, cultura e beneficenza,
incontri. Tra le iniziative particolari,
ricordiamo nel 2003 la messa in scena teatrale
del “Giulietta e Romeo” shakespeariano,
in abiti d’epoca, nell’ambitro
del carnevale, su specifico invito del sindaco
Madame Lydia Mutsch. L’anno scorso,
nell’ambito invece di un programma
di solidarietà con l’Africa,
un bambino di otto anni ammalato di tumore
alla gola, proveniente dal Burkina Faso,
è stato sottoposto a particolari
rata a destinazione, accolta da Spinosa
e da sua moglie Rosa Maria Arduini, che
dell’associazione dei Veronesi del
Lussemburgo è, dal 1989, tesoriera.
L’associazione, di cui Spinosa è
stato eletto Presidente nel marzo del 1997,
è molto attiva e numerosa, e ben
inserita nella realtà del Paese.
Sabato 23 è stata la giornata dedicata
alle celebrazioni, con un programma di incontri
denso e gratificante. Alle 16 la cerimonia
ufficiale di accoglienza nella sala del
municipio di Esch Sur Alzette, in cui i
Veronesi nel Mondo sono stati ricevuti dal
Borgomastro della città (cioè
il sindaco), Madame Lydia Mutsch; all’incontro
erano presenti anche l’Ambasciatore
d’Italia, Ermanno Squadrilli, il Console
d’Italia Carmela Gragnani, e il Direttore
Generale della Banca Popolare di Verona
in Lussemburgo, Gianfranco Barp. Ancora
una volta l’istituto bancario veronese
ha mostrato la propria particolare sensibilità
nel suo le-game con il territorio veronese
e i suoi cittadini, anche quelli che risiedono
all’estero.
Nell’incontro, siglato da particolari
attestati di amicizia, Madame Mutsch ha
espresso le sue lodi all’operosità
sempre dimostrata dagli immigrati veronesi
in Lussemburgo, mentre l’Onorevole
Ceni ha voluto ringraziare per le possibilità
di lavoro che il paese ospitante ha offerto
ai nostri emigrati. Dal passato al presente:
Ceni ha sottolineato come Verona e Lussemburgo
siano, al di Resistenza, dove sono state
deposte corone di fiori. “L’abbraccio”
è stato eretto nel 1992 in occasione
del centenario dell’emigrazione italiana
in Lussemburgo. Al corteo, oltre alle rappresentanze
dei Veronesi nel Mondo di Verona e del Lussemburgo,
hanno partecipato la Banda Cittadina e una
delegazione degli Alpini. Alle 18,30, nella
vicina Chiesa del Sacro Cuore, con la partecipazione
del Coro “El Biron” di San Giovanni
Ilarione, il missionario scalabriniano Padre
Antonio Simeone ha celebrato una Santa Messa
di ringraziamento,
con parole in italiano, francese, lussemburghese,
tedesco e latino. L’Associazione Veronesi
nel Mondo del Lussemburgo è nata
nel 1981 su iniziativa di Anna e Maria Dal
Bon, oggi rispetticure nel Centro Ospedaliero
di Lussemburgo, anche grazie all’intervento
economico dell’associazione dei Veronesi
presieduta da Spinosa.
262 RINTOCCHI NEL SILENZIO DEL BOIS DU CAZIER
Nel gruppo dei veronesi ci sono tre figli di ex-minatori;
sono tutti nati in Belgio. Luigi e Onorio
sono, tra i molti figli di minatori di San
Giovanni Ilarione, gli unici insieme ad un
altro ad avere ancora i padri in vita. In
loro rimane vivido il ricordo di quando andavano
con la mamma incontro al papà all’uscita
della miniera e non riuscivano a riconoscerlo
finché lui non li chiamava per nome.
Dina, invece, è stata in Belgio fino
a 19 anni; la sua abitazione, abbattuta molti
anni fa, era proprio situata nella piazza
da cui parte il corteo: “Lì c’era
il cortile in cui si giocava, e più
avanti la chiesa; un mio cugino dalla finestra
di casa sua poteva vedere il prete che celebrava
la messa, qui dietro c’erano le baracche
in cui alloggiavano i minatori quando arrivavano
dall’Italia”. Si ricorda lo stato
penoso nel quale il papà tornava dal
lavoro, le escoriazioni ai gomiti e alle ginocchia,
la mamma costretta a cospargere di mercurocromo
le profonde ferite procurate dal faticoso
trascinarsi negli stretti cunicoli della miniera.
Per questo nei minatori nasceva spesso la
convinzione che quel mondo doveva riguardare
solo loro: “Nessuno dei miei figli dovrà
fare questo mestiere!”, si sentiva ripetere
in casa. Storie che si rincorrono e che rimangono
impresse nella memoria come cicatrici non
più rimarginate, come bruciante rimane
il ricordo del modo in cui ci si sentiva trattati
dalla popolazione del luogo, per la quale
si rimaneva comunque “stranieri”.
Il passo è lento, perché i minatori
che guidano il corteo devono fare i conti
con quanto hanno lasciato nei loro polmoni
i lunghi anni trascorsi in miniera. “Le
case che costeggiano questa strada –
ci informa Lino Stoppele – sono tutte
di italiani, di figli o parenti di minatori.
Gli Italiani una quindicina di anni fa a Charleroi
erano 175 mila; oggi si sono ridotti a 50
mila unità”. Lungo i bordi della
strada aumenta la folla che assiste al passaggio,
quando improvviso scoppia un applauso: dopo
cinquant’anni, quella tragedia rimane
una ferita ancora aperta. C’è
la sensazione che basterebbe questo momento
per ripagare chi, dall’Italia o dalle
altre parti del mondo è giunto fin
qui per commemorare le vittime della tragedia.
Di fronte ai cancelli del Bois du Cazier ha
luogo l’ultimo rituale: ad accogliere
i minatori ci sono ancora i cancelli sbarrati,
proprio come cinquanta anni fa, quando i familiari
delle vittime premevano in attesa di qualche
notizia sui loro cari; e come allora qualcuno
ha posto dei mazzi di fiori. La cerimonia del 50° anniversario al
Bois du Cazier
Informano le cronache del tempo che l’8
agosto 1956 era una splendida giornata di
sole e che il turno del mattino era appena
cominciato per i quasi 300 uomini impegnati
al lavoro allorché, verso le 8,10 sulla
piattaforma del piano 975, per uno sfortunato
concorso di circostanze, ebbe inizio la tragedia.
Malgrado i tentativi messi in atto immediatamente
dai soccorritori, solo sei furono i sopravvissuti
di quell’inferno: il drammatico e definitivo
resoconto delle vittime fu fatto solo quindici
giorni dopo, il 23 agosto, quando i soccorritori
riuscirono a raggiungere la quota più
bassa della galleria, a 1035 metri di profondità;
tornarono in superficie con il verdetto irrevocabile,
rimasto famoso: “Tutti cadaveri”.
Cinquant’anni dopo, alle 8,10 in punto,
all’imboccatura di quella stessa miniera
e in un’atmosfera palpitante di commozione,
sono risuonati 262 rintocchi di campana, a
ricordare i 262 minatori rimasti nelle viscere
della Terra: 136 italiani, 95 belgi, 8 polacchi,
6 greci, 5 tedeschi, 3 algerini, 3 ungheresi,
2 francesi, 1 inglese, 1 olandese, 1 russo,
1 ucraino. I nomi, elencati in ordine alfabetico
come una lunga litania, non raramente si ripetono:
“Di Biase, Di Biase, Di Biase…Ferrante,
Ferrante, Ferrante…Iezzi, Iezzi, Iezzi…”,
ad indicare la morte di membri della stessa
famiglia. Anche Verona ha il suo minatore
da ricordare: si chiama Giuseppe Corso, era
originario di Montorio. Eppure, malgrado la
tristezza del ricordo, su tutto predomina
una pacata serenità rivolta al futuro;
come suggerisce la scritta sul fazzoletto
che tutti portano al collo, “Le passé,
present pour le futur”: il passato è
divenuto presente per costruire il futuro.
Alle 9 ha inizio la celebrazione eucaristica,
alla presenza di 3500 persone, condotta dal
Nunzio Apostolico Mons. Karl Josef Rauber,
al fianco del quale vi sono i rappresentanti
di altre confessioni religiose. Il denso programma
della mattinata prevedeva poi una serie di
omaggi ai diversi monumenti eretti in onore
dei lavoratori: doverosa è la visita
al museo da poco allestito presso il Bois
du Cazier, dove si può avere almeno
un’idea delle condizioni in cui lavoravano
i minatori. Lo stretto cunicolo per cui il
visitatore è costretto a passare e
le numerose fotografie esposte ben documentano
il massacrante compito cui era sottoposto
chi lavorava nelle miniere; commoventi, tra
tutte, le immagini dei familiari delle vittime,
riprese nei momenti strazianti dell’attesa
all’uscita dell’imboccatura del
pozzo minerario. L’attenzione poi si
sposta al cimitero di Marcinelle, dove alla
comitiva dei Veronesi si aggrega il consigliere
Massimo Mariotti; avviene qui la deposizione
delle corone di fiori al monumento delle vittime
italiane, e l’inaugurazione della lapide
da parte del vice-ministro degli Affari Esteri
italiano, senatore Franco Danieli; anche i
Veronesi nel Mondo offrono, per mano del vicepresidente
Giuseppe Bertani, una corona di fiori in onore
dei minatori caduti. Nel cimitero
le spoglie delle vittime sono state deposte
in un apposito luogo; molte di quelle tombe
non hanno nome (“inconnu”, recita
la scritta), a testimoniare l’impossibilità
di riconoscere nei resti straziati di parecchie
vittime la loro identità. Il lento
passare tra le lapidi è accompagnato
dalle parole della guida, Lino Stoppele, che
riporta aneddoti talora tragici, talora meno
dolorosi; dal padre che in quel maledetto
8 agosto per la prima volta portava i figli
di 15 e 17 anni a visitare la miniera in cui
lavorava non sapendo di portarli alla morte,
al marito che costretto dalla moglie ad andare
al lavoro, bucava provvidenzialmente la ruota
della bicicletta e in questo modo si salvava;
al minatore che il giorno precedente era stato
sospeso per tre giorni per scarso rendimento,
e lasciato a casa senza stipendio. A Marcinelle
tutto parla di miniera: le case di mattone
rosso più vecchie si riconoscono dalle
nuove perché sono state annerite dalla
polvere di carbone che aleggiava nell’aria;
le sinistre strutture di ferro che servivano
per estrarre il materiale dai pozzi si stagliano
imperterrite nel cielo, e le numerose collinette
formatesi a poco a poco con il materiale di
scarto dell’estrazione del carbone,
i cosiddetti “terrils”, dominano
sulla città. Per anni Marcinelle è
stata sinonimo di città del carbone.
Ospiti del Console
Generale d'Italia
Il ricevimento è previsto al CEME (Charleroi
Espace Meeting Européen). Una breve e
toccante cerimonia coinvolge i figli e i nipoti
delle vittime italiane al Bois du Cazier. Il
vice-ministro Danieli consegna ad ognuno di
loro una medaglia commemorativa. Sono presenti
anche l’Ambasciatore d’Italia Sandro
Siggia e il Console Generale d’Italia
Francesco Ercolano, che fa gli onori di casa;
a lui spetta proclamare il “rompete le
righe”, e dare avvio al momento meno solenne,
ma non meno gradito, dell’incontro conviviale.
E l’Italia delle tante regioni si ritrova
a festeggiare se stessa in nome dei minatori
morti nel disastro di Marcinelle e dei tanti
emigranti che per motivi di lavoro hanno dovuto
lasciare la madrepatria: quasi un monito rivolto
all’Italia di oggi che da terra di emigrazione
è diventata terra di immigrazione; perché
possa far sfruttare l’esperienza, spesso
faticosa e piena di insidie, di chi è
stato emigrato, per imparare a convivere con
chi arriva da terre straniere. L’avvenimento
volge al termine, il gruppo dei Veronesi nel
Mondo torna verso l’Italia arricchito
da una consapevolezza nuova, quella di appartenere
ad una popolazione comunque provata in passato
da vicende dure e dolorose, di cui i minatori
rappresentano un apice forse irraggiungibile.
Un grazie doveroso va
rivolto al Console, che dopo nel Mondo di Charleroi,
che hanno dimostrato con tanti momenti ‘forti’
ha riunito tutti nel clima festoso un’accoglienza
sincera e calorosa l’affetto per i propri
di una tavola imbandita; un grazie al Borgomastro
di connazionali, rinsaldando quel legame di
stima e di Charleroi che ha accompagnato i visitatori
camminan-concordia che ci fa sentire tutti orgogliosi
di essere, do al loro fianco per le vie della
sua città; un grazie in-come conferma
la dicitura, non solo veronesi a Verona fine
ai meravigliosi amici dell’Associazione
Veronesi ma anche nel mondo.
SENTIERI DEL CIMITERO
Di Don Walter Soave
Alberi spogli Rami come braccia imploranti Terra nuda
Giornate grigie L’uomo cammina Pensoso
Per i sentieri del cimitero. Sentieri del
cimitero… Terra sacra impastata d’umano
d’universo. Ogni giorno della vita
è dono Ogni giorno un passo verso
la morte. Nascere per morire? Che vale la
vita? Sentieri del cimitero… Cammino
è la vita Verso il nulla verso l’eterno?
Si crede nella vita dopo la morte Perché
non si vuol morire? Sentieri del cimitero…
Ogni vivente ritorna terra Tutto restituisce
a madre terra Nudi si nasce Nudi si muore!
Sentieri del cimitero… Nel silenzio
di morte Eco di una parola che non passa
“Io sono la risurrezione e la vita!”
sola speranza per l’uomo che cammina
pensoso per i sentieri del cimitero la vita
avventura stupenda nell’eco della
parola che non passa chi muore nasce! Sentieri
del cimitero Sentieri di morte Sentieri
di vita eterna!
2 NOVEMBRE: COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI “UNA
CROCE E L’ERBA!”
Giornate novembrine, nebbiose e nuvolose.
Quando il sole disperde la nebbia o le nubi,
è una gamma dei colori delle foglie,
una vera mostra autunnale.Non si può
non fermarsi a contemplare i colori d’autunno!Si
deve trovare il tempo per cogliere i toni,
le sfumature.
Se si dimenticano le preoccupazioni e si lascia
che la poesia e la musica dei colori inon
dino lo spirito, si può vivere un intenso
momento religioso.
Nella vita i momenti più intimi sono
attimi che confinano con il mistero e l’infinito.
Quante volte nel contemplare i colori autunnali,
lo spirito si apre ad una delicatissima
gioia che il cadere o volteggiare delle foglie
muta in dolcissima malinconia.
Foglie morte…quante note e versi per
questo spogliarsi e morire della natura!
Le foglie che cadono, gli alberi spogli, i
rami come braccia invocanti al cielo, fanno
pen
sare ai morti. L’autunno è anche
la stagione dei morti.
Ogni anno la Chiesa, per la Commemorazione
dei Fedeli Defunti, invita ad incammi
narsi al cimitero. Il giorno, la festa dei
morti, è la festa del cimitero.
Non c’è festa se non ci si veste
a festa. Anche il cimitero, per il suo giorno,
si pulisce e si adorna di tanti fiori.Anche
i morti costano, ma non ci si bada quando
si spende per una tomba. La tomba, il sepolcro,
è per molti l’ultimo atto di
amore, di omaggio alla persona cara, amata.
Eppure… Cammino tra i sentieri e le
strade di un cimitero, osservo i monumenti,
i marmi, i vasi, le lampade che ardono giorno
e notte.
Poi cerco, e c’è sempre qualche
angolo che sembra dimenticato…anche
là c’è una tomba e le
basta una croce e l’erba come fiore.
La terra, sempre materna, accoglie, custodisce
e copre ogni figliolo che le si affida.
Non c’è di meglio della croce
e dell’erba per custodire un sepolcro.
La croce basta a ricevere il nome. Titoli,
onorificenze…non contano più,
non interessano neppure le date, il valore
della vita non si misura dal tempo.Solo la
croce può accogliere e coprire chi
muore. La croce è l’altare del
Testimone: ha veramente vissuto chi della
vita ha fatto una testimonianza. Quasi sempre
la vita è fatta per crocifiggere o
essere crocifissi: come premio o condanna
basta una croce.
Nei sentieri c’è un sacro silenzio,
un silenzio di morte. La morte è la
realtà più orrenda, assurda,
toglie tutto, cancella dalla storia.
Nel silenzio della morte, una sola parola
per non essere disperati: IO SONO LA RISURRE
ZIONE E LA VITA! È la parola del RISORTO
che ha vinto la morte.
Il desiderio che un giorno la sola croce e
l’erba ricoprano la tomba non è
poesia o ingenuo sentimentalismo, ma umile
coraggio di accettare i valori della vita
e la lezione della morte. Dopo una lenta,
pensosa visita al cimitero, uscendo, verrebbe
voglia di gridare: vanità delle vanità,
tutto è vanità! Il grido è
soffocato, si perde nel frastuono, nel ritmo
impietoso della società del consumismo
che fa affari anche con la morte!
Don Walter Soave
UNO DEI TEMI PREMIATI IN OCCASIONE DELLA “GIORNATA
DEL MIGRANTE”
QUALE SIGNIFICATO PUO’ AVERE LA TRAGEDIA DI
MARCINELLE DOPO CINQUANT’ANNI?
Di Silvia
Castelletti II° Liceo Scientifico “Alle
Stimate”
La
situazione economica italiana del secondo
dopo guerra era, a dir poco, critica e non
migliori erano le condizioni di vita dei
contadini italiani stessi, costretti ad
emigrare in altri Paesi per cercare un’occupazione
più redditizia. Per far fronte, quindi,
alla forte disoccupazione e contemporaneamente
alla grave crisi economica, l’Italia
accettò di stipulare con il Belgio
un accordo che prevedeva di inviare cinque
mila lavoratori italiani in cambio di carbone
a prezzi più favorevoli. E’
proprio qui, in Belgio, che l’8 agosto
1956 ha luogo la tragedia di Marcinelle,
che causò la morte di più
di 250 persone tra cui la maggior parte
(136) erano di nazionalità italiana.
Ma questa non è stata l’unica
tragedia che ha segnato la storia dell’umanità,
e nemmeno la più grande; perché
allora ancora oggi, dopo cinquant’anni,
è bene ricordarla? Innanzitutto credo
sia importante farlo perché non accada
più che l’uomo sia negoziato
in cambio di energia: l’accordo con
il Belgio, infatti, prevedeva un vero e
proprio scambio tra uomini ed energia, cosa
che credo non debba succedere anche se un
Paese si trova in una grave situazione di
crisi economica. I cinque mila uomini che
avrebbero dovuto lavorare in Belgio e risanare
l’economia italiana, infatti, furono
in verità più di 48.500 e
le loro condizioni di vita erano pessime:
spesso vivevano nelle baracche naziste degli
ex-campi di concentramento o venivano ghettizzati;
lavoravano più di dodici ore al giorno
senza sosta e soprattutto spesso venivano
rinviati in patria perchè malati
prima del decimo anno di lavoro: a coloro
che non lavoravano per dieci anni non veniva
dato uno stipendio nè alcun tipo
di beneficio economico. Credo, inoltre,
che sia opportuno ricordare tragedie come
questa perché l’Italia è
passata da Paese di emigrazione a Paese
di immigrazione, e quindi si potrebbero
evitare agli emigrati di oggi tutti i disagi
e i soprusi che gli italiani all’estero
hanno subito. Si svilupparono, infatti,
e spesso si sviluppano anche oggi, varie
forme di xenofobia, secondo le quali qualsiasi
atto illegale (brigantaggi, omicidi, violenze)
veniva atribuito agli emigrati stessi; oppure
allora come oggi si richiedeva manodopera
straniera perchè il lavoro in questione
era tra i pi umili: ieri i lavoratori del
Belgio si rifiutavano di scendere in miniera
come oggi gli italiani evitano volentieri
di svolgere i lavori manuali pi duri: ciò
però non autorizza uno Stato a non
assicurare a questi stranieri un lavoro
tutelato. In senso ancor pi stretto, infine,
credo si debba ricordare questa tragedia
perch anche oggi esistono ancora in molti
Paesi (Messico, Romania, West Virginia)
miniere in cui trovano la morte molti lavoratori.
In particolare un articolo del quotidiano
locale "L'Arena" dello scorso
5 marzo, sottolineava come nelle miniere
cinesi siano morte quindici persone non
meno di poche settimane fa (il 24 febbraio);
e il numero di minatori cinesi morti dal
2004 a oggi è, secondo un'organizzazione
non governativa, di circa ventimila persone
(sei mila secondo il governo cinese di Pechino).
NellĠarticolo, inoltre, questi lavoratori
vengono definiti come "l'immagine passata
dello sviluppo moderno", poichè,
vi si spiega, ricordano le immagini descritte
tra la fine dell'800 e i primi anni del
'900 da scrittori noti come il francese
Emile Zola o gli italiani Pirandello e Verga.
È questo lĠultimo motivo per cui,
secondo me, è utile ricordare tragedie
come quella di Marcinelle: perch mostrano
nella realt ci che si studia tra i banchi
di scuola e che potrebbe rimanere molto
astratto. Il corpo scarno e sfiancato dalla
fatica, di Ciaula in "Ciaula scopre
la luna" di Pirandello; la morte per
tubercolosi di Ranocchio o per essersi perso
nella miniera come accade a Rossomalpelo
nella novella di Verga intitolata proprio
"Rossomalpelo", infatti, possono
sembrare immagini lontane a cui si può
rimanere indifferenti se studiate solamente
sui libri di scuola, ma scene di vita che
invece sono molto vicine a noi se solo ci
ricordassimo di tragedie come quella di
Marcinelle o di coloro che vivono realmente
così anche oggi. Concludo dicendo
che quindi il ricordo di Marcinelle può
avere ancora un profondo significato, non
fosse almeno perché la morte di tutti
quei minatori fa parte della cultura e dell'identità
di quegli italiani che, oggi come ieri,
vivono e lavorano all'estero.
UN MOSAICO DI STORIE D’EMIGRAZIONE DALLA LESSINIA
AL MONDO
QUEL LUNGO PONTE SUGLI OCEANI
DA UN BELLISSIMO LIBRO DI RAFFAELLO CANTERI, UN OMONIMO
SPETTACOLO TRA MUSICA E TEATRO DI NARRAZIONE
MERCOLEDI’ 6 DICEMBRE, ALLE ORE 17,30 PRESSO LA
CAMERA DI COMMERCIO IN CORSO PORTA NUOVA
96, A VERONA, AL PRIMO PIANO NEL SALONE
DEL TRANSATLANTICO, VERRA’ PRESENTATO
LO SPETTACOLO IL PONTE SUGLI OCEANI -LESSINIA
VENETO ITALIA. STORIE DI EMIGRANTI. TRATTO
DAL LIBRO OMONIMO DI RAFFAELLO CANTERI
CIERRE EDIZIONI 2006. RECITAL DI WALTER
PERARO, MUSICHE: ACOUSTIC DUO CON ANTONIO
CANTERI E STEFANO BERSAN SARA’ PRESENTE
L’AUTORE INTRODURRA’ GIUSEPPE
RICCARDO CENI PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE
VERONESI NEL MONDO.
Lo
spettacolo in questione è molto
bello, sotto tutti i punti di vista, e
invitiamo tutti coloro che ne hanno la
possibilità a partecipare al recital,
ne vale la pena. Ma vale la pena anche
la lettura de “Il ponte sugli oceani”,
che Raffaello Canteri ha scritto per la
collana Percorsi della Memoria della Cierre
Edizioni (246 pagine, 12,50 euro). E’
una lettura ricchissima di suggestioni
e di emozioni, che alla rigorosa ricerca
storica (negli archivi comunali e parrocchiali,
nei colloqui con i discendenti, alcuni
rintracciati direttamente, altri grazie
al “filò via internet”
che pare quasi una nemesi delle incommensurabili
distanze di un tempo, vere e proprie barriere
geografiche e temporali che dilatavano
di mesi o addirittura anni dialoghi e
notizie attraverso l’oceano, appunto)
mescola una voce – quella degli
eroici protagonisti dell’emigrazione
filtrata dalla particolare sensibilita’
dell’autore – lirica e appassionata,
ora dolente ora gioiosa, che rende il
mosaico di eventi palpabile ed emozionante
come un’esperienza vissuta quasi
in diretta. Forse perché Canteri,
nato a Montorio - da alcuni anni ha scelto
di vivere in Lessinia, a Cerro Veronese
– si è da tempo calato con
spirito quasi da missionario nello studio
e nell’indagine delle sue radici
(Cantero, del resto, si chiama una contrada
di Roveré, il comune lessinico
da dove parte tutto il reticolo di vicende
di emigrazione che sorregge questo “Ponte
sugli oceani”). Spiega, l’autore,
che la spinta decisiva a percorrere a
sua volta, - natural-mente con la penna
e prim’ancora con le orecchie attente,
curiose e ben aperte – questa rete
di viaggi intercontinentali (il Sudamerica,
gli Stati Uniti, la Francia, l’Australia)
gli è venuta da una mail ricevuta
da una Silmara Canteri da Ivaiporà,
Brasile, Stato del Paranà, desiderosa
di informazioni sulle comuni origini veronesi.
“La comunità dei lessinesi nel mondo –
scrive Canteri nel capitolo finale Filò
in Internet – cresceva di giorno
in giorno. Ero orgoglioso di questo.
E del fatto che Silmara lavorasse come
segretaria in una compagnia di consulenza
aziendale in Rua Josè Canteri,
fundador de Ivaiporà. Ero orgoglioso
della mia gente”. Ma l’orgoglio
non era destinato a rimanere un fatto
privato, limitato alla cerchia familiare.
Riguardava l’orgoglio di appartenere
a tutto un mondo abituato da sempre
a lottare contro le avversità
della vita, e che per quasi un secolo,
dalla metà dell’800 fino
a quella del ‘900, era stato costretto
ad abbandosi – ovviamente senza
la facile cognizione di causa che oggi
ci viene permessa dalla Rete e comunque
dall’ipercomunicazione –
con genti e strade sconosciute, per
dirla come una vecchia canzone di Sergio
Endrigo. Tutto doveva apparire grande
e minaccioso, oscuro e pericoloso, come
forse anche la Lessinia, nei tempi antichi,
appariva ai suoi abitanti e ai Cimbri
che vi erano arrivati nel Tredicesimo
Secolo. “Gli pesavano le distanze,
questo sì. Perché la Merica
non è come l’Arzare che
quando sei nei campi ti basta dar su
con la voce per farti sentire da tutti
della contrada e anche da quelli che
stanno catando su il fieno al Maso e
ai Comparoni e se per caso succede una
disgrassia la sanno in dieci minuti
anche ai Garonzi e a Cantero e sulla
Piazza. In Merica le distanze si misurano
in ore di mulo, anche da un’abitazione
a un’altra di parenti. E la notte
sei solo come un cane e non ti resta
che guardare le stelle e ascoltare il
rumore della foresta e buttarti a dormire”.
nare il proprio secolare habitat (a
volte anche per voglia d'avventura,
e a volte ritornandoci, magari per ripartire
qualche anno dopo) alla volta del Brasile
o del Nuovo Galles australiano, delle
miniere della Pennsylvania o di quelle
della Lorena, al confine tra Francia
e Germania. Ecco, dunque, il primo obiettivo
del libro: "Dobbiamo restituire
dignità a questi uomini. Per
molti anni aveva prevalso la volontà
di rimuovere, di dimenticare. L'Italia
del miracolo economico e del benessere
non aveva voluto fare i conti con il
proprio passato. Le storie tristi di
famiglia era meglio rimuoverle. Ora
era venuto il tempo di conoscere e riconoscere".
La sentita necessità, dunque,
di riparare a un 'buco' di cento e più
anni. Ma un modo, anche, di far luce
su un passato per capire presente e
futuro, per "scoprire la bellezza
infinita dei toni dissonanti che compongono
la musica delle anime del mondo".
Chi vuol intendere intende. Dal "Ponte
sugli oceani", dicevamo, passano
centinaia di nomi (tanto che non facile,
talvolta, ricordarsi ordini genealogici
e di parentele) e di vicende, molto
spesso tragiche (oggi impressiona, forse
pi di qualsiasi altra cosa, il tasso
di mortalità infantile che caratterizzava
questo mondo pre-penicillina, con malattie
quasi sempre causate dalle condizioni
insane di vita imposte dalla miseria),
spesso toccate dalla poesia profonda
che in qualche maniera riscatta, valorizza,
rende persino immortale la sofferenza.
Sono tante le pagine memorabili di questo
commosso e partecipe flash-back, oltre
tutto caratterizzato da un linguaggio
innovativo (e al tempo stesso arcaico)
che mescola come in un naturale flusso
di coscienza dialetto e parole francesi,
inglesi, spagnole, portoghesi. Come
se l'autore riuscisse senza fatica ad
immedesimarsi in quegli uomini e quelle
donne costretti a confrontarsi - ovviamente
senza la facile cognizione di causa
che oggi ci viene permessa dalla Rete
e comunque dall'ipercomunicazione -
con genti e strade sconosciute, per
dirla come una vecchia canzone di Sergio
Endrigo. Tutto doveva apparire grande
e minaccioso, oscuro e pericoloso, come
forse anche la Lessinia, nei tempi antichi,
appariva ai suoi abitanti e ai Cimbri
che vi erano arrivati nel Tredicesimo
Secolo. "Gli pesavano le distanze,
questo sì. Perchè la Merica
non è come l'Arzare che quando
sei nei campi ti basta dar su con la
voce per farti sentire da tutti della
contrada e anche da quelli che stanno
catando su il fieno al Maso e ai Comparoni
e se per caso succede una disgrassia
la sanno in dieci minuti anche ai Garonzi
e a Cantero e sulla Piazza. In Merica
le distanze si misurano in ore di mulo,
anche da un'abitazione a un'altra di
parenti. E la notte sei solo come un
cane e non ti resta che guardare le
stelle e ascoltare il rumore della foresta
e buttarti a dormire".
INCONTRO TRA EX-EMIGRATI IN SVIZZERA
E LA VALPOLICELLA ABBRACCIA BELLUNO
Guidati dal 'nostro' appassionato ed infatigabile Cavalier
Benito Scamperle, Presidente di tutti gli
exemigrati veronesi, lo scorso 4 giugno 55
tra soci e simpatizzanti degli ex-emigrati
della Valpolicella si sono recati a Santo
Stefano di Cadore per un festoso incontro
con i loro ex-compagni
di lavoro della cittadina in provincia di
Belluno. Alla bella iniziativa è stato
dato ampio spazio sulla stampa locale di Belluno,
che così ha raccontato l'avvenimento:
“Domenica 4 giugno il capoluogo del
Comelico si è vestito a festa per accogliere
gli amici e compagni di lavoro in Svizzera
provenienti dalla Valpolicella (Verona), un
gruppo di 55 persone accompagnate dal loro
presidente, il Cavalier Benito Scamperle,
che ormai da alcuni anni si reca in provincia
per ritrovare amici di lavoro in emigrazione.
Solenne messa di Pentecoste celebrata da Don
Diego Soravia, accompagnata dalla Corale diretta
dal Maestro Nicola Guadel, visita al centro
del paese, saluto del rappresentante del sindaco
Michele Palato, con foto ricordo davanti al
municipio. Infine, pranzo allo Sport Hotel
Monaco, con i ringraziamenti da parte del
Presidente degli ex-emigranti del Comelico
Antonio Martini, del parroco Don Diego, dell'albergatore
Bruno De Candido, del Presidente degli ex-emigranti
di Verona Benito Scamperle, e del direttore
dell'Associazione Bellunesi nel Mondo Patrizio
De Martin, anch'egli ex-emigrante in Svizzera.
Per tutti i partecipanti l'impegno è
quello di continuare con questi incontri anche
nei prossimi anni”.
IL RICONOSCIMENTO DEI VERONESI NEL MONDO ALLE
SUORE DELLA COMPAGNIA DI MARIA
LA VIA CRUCIS PER I MORTI DI
MARCINELLE
La nostra Associazione ha finanziato la messa in posa
della Passione di Gesù nell'istituto
religioso a Ferrara di Monte Baldo. Con
una speciale targa lapidea a ricordo della
tragedia del Bois du Cazier
Lo scorso sabato 7 ottobre è stato un giorno importante
per l'Associazione Veronesi nel Mondo. Circa
centoventi associati e simpatizzanti, guidati
dal Presidente Giuseppe Riccardo Ceni e
dal vicepresidente Giuseppe Bertani, si
sono recati nel suggestivo, piccolo centro
di Ferrara di Monte Baldo, precisamente
al Soggiorno “Fortunata Gresner”
gestito dalle Suore della Compagnia di Maria,
che come abbiamo riportato nel numero scorso
del giornale, operano pure in Argentina
con progetti di solidarietà cui anche
la nostra associazione sta collaborando.
Come segno di riconoscenza per l'opera delle
Sorelle, i Veronesi nel Mondo hanno voluto
sostenere con un contributo economico la
messa in posa di una Via Crucis - i capitelli
con le formelle dipinte da Eugenio Parolini
raffiguranti le stazioni della Passione
di Gesù - nel parco dell'istituto
della Compagnia di Maria, uno spazio in
mezzo ai boschi percorsi dai daini alle
pendici del Monte Baldo. La Via Crucis è
stata inaugurata, e benedetta da Monsignor
Maffeo Ducoli, veronese già Vescovo
di Belluno, appunto nella mattinata del
7 ottobre. Al termine delle stazioni della
Via Crucis, poi, è stata posta una
targa lapidea, con una bellissima frase,
dedicata ai morti di Marcinelle nel 50°
anniversario della tragedia del Bois du
Cazier: “Nella Passione di Gesù
trova un senso il dolore dell'uomo”.
Sulla targa, è stato anche applicato
un pezzo di carbone proveniente appunto
dalle miniere di Marcinelle, che è
stato donato dal sindaco della città
belga di Charleroi ad una delegazione dell'Associazione
Veronesi nel Mondo nell'agosto scorso.
L'incontro è cominciato con la Santa Messa celebrata
da Monsignor Ducoli, insieme al Parroco
di Ferrara Don Mario, e dal nostro Don
Walter Soave. Siamo stati accolti con
grande calore dalla Madre Generale dell'istituto,
Suor Maria Grazia. Tra i presenti, gli
associati ai Circoli della Lessinia, della
Valpolicella, del Garda-Baldo e del-la
Bassa Veronese, con i rispettivi stendardi.
Tra le autorità, il sindaco di
Ferrara di Monte Baldo, Paolo Rossi, l'Onorevole
Raffaele Bazzoni attualmente consigliere
regionale nella Commissione Sanità,
e i consiglieri dell'Associazione Veronesi
nel Mondo Giovanni Zantedeschi e Sergio
Ruzzenente. Introdotta dai canti delle
Sorelle della Compagnia di Maria, la celebrazione
è cominciata con il saluto di Monsignor
Ducoli, che ha ricordato i morti di Marcinelle,
il cui sacrificio è ricompensato
dalla gioia eterna del Paradiso. L'ex-Vescovo
di Belluno ha ricordato anche come l'ordine
della Compagnia di Maria, Vergine del
Rosario, venne istituita nel 1571 da Papa
Sisto V°, perché si riteneva
che la Madonna avesse interceduto a favore
dei Cristiani nella battaglia di Lepanto
contro i Turchi, nell'ottobre di quell'anno.
Monsignor Ducoli ha sottolineato come
anche oggi la gente cattolica abbia molte
difficoltà e patisca parecchie
sofferenze in paesi come la Cina, l'Indonesia,
la stessa Turchia e un po' in tutto il
mondo islamico. Noi, invece,
dobbiamo accogliere con amore - ha detto
ancora il Monsignore - chi arriva sul
nostro territorio, a patto che rispetti
le nostre leggi e s'inserisca nella nostra
cultura. Dopo la benedizione della targa
lapidea, Suor Maria Grazia ha ringraziato
per aver avuto la possibilità di
ricordare con questa installazione il
sacrificio dei minatori di Marcinelle,
e ci siamo avviati nel parco per percorrere
tutti insieme la Via Crucis. Don Walter,
invitato dal Presidente Ceni a dire qualche
parola, ha definito i migranti come “degli
eroi che hanno onorato l'Italia più
di chiunque altro”. “Partire
è un po' morire - ha detto - si
lascia tutto quello che aiuta a vivere.
Si andava nell'orrore delle miniere del
Belgio perché proprio nei posti
peggiori si aveva la possibilità
di guadagnare di più, e di aiutare
le proprie famiglie. Quasi tutti quelli
che hanno lavorato lì hanno la
silicosi. Viva i migranti, sempre eroi”.
Da Carla Flangini Laurini, vicepresidente del
Circolo Veronesi nel Mondo
DAL
BRASILE - 22 aprile 2006: sono stata
alla Giornata dell'Emigrante alla Fiera
di Verona, e vorrei lasciare la mia
testimonianza, di come si sente una
persona portata via dalla propria madrepatria
ancora piccola, ad appena sette anni.
7 agosto 1948: Genova, il porto; avanti
“Paolo Toscanelli”, una
nave, l'addio alla cara nonna, ai cugini
e agli zii…e, poco a poco, mi
allontanava accanto a mia madre, che
piangeva; io non sapevo il perché,
e mio fratello, che mi diceva “andiamo
dal papà, è un anno che
non lo vediamo”. Papà Bruno
Flangini, dopo tanti anni di lavoro
in campagna all'interno dello Stato
di San Paolo del Brasile, ha portato
la famiglia nella capitale. Lì,
con l'aiuto del Dottor Attilio Beghini
e del Dottor Fernando Solinas, ha fondato,
nel 1982, l'Associazione Veronesi nel
Mondo di San Paolo -Circolo San Zeno.
L'anno venturo celebreremo il venticinquennale
della fondazione. Con molto impegno
e in amicizia cerchiamo di trasmettere
ai nostri figli, nipoti ed amic, l'amore
per l'Italia, per Verona,con tutta la
relativa cultura e tradizione, e vogliamo
che non dimentichino la lingua dei loro
antenati. Ora siamo in 130 famiglie.
Per capire il risultato del nostro lavoro,
vi racconterò di un passaggio
in una nostra conversazione. In un mio
discorso avevo espresso la preoccupazione
per il futuro della nostra associazione,
per la partecipazione dei giovani. Quando
ho finito e sono scesa dal palco, mio
nipote Luca, di dieci anni, mi ha detto
sottovoce: “Non preoccuparti nonna,
sarò io il Presidente dei Veronesi
nel Mondo di San Paolo”. Avrei
il piacere di chiedere al Presidente
Ceni, a nome mio, del nostro Presidente
Ingegner Luigino Andrioli, e di tutto
il Direttivo, che faccia il possibile
per mettere, tra i suoi progetti, l'inclusione
di stage e piccoli corsi d'arte, vinicultura,
ristorazione e fabbricazione di mobili,
perché i nostri giovani possano
aprirsi a nuovi orizzonti ed arricchirsi
con nuove opportunità di lavoro.
Vi ringrazio per l'opportunità
che ho avuto di rivedere la mia cara
Verona e gli amici, e vi saluto cordialmente.
DAL’ARGENTINA
Riceviamo purtroppo da Luciano Stizzoli, Presidente dell'Associazione
Veronese L'Arena, la notizia della scomparsa
dell'amico e consigliere Leopoldo Vanini.
Ecco una piccola nota su Leopoldo inviataci
da Stizzoli.
Leopoldo Vanini era nato l'8 novembre
del 1920 a Verona. Da Silvia Cagliario
e Giulio Vanini. Leopoldo era il primo
di cinque fratelli, con Renato, Lucia,
Luciano e Giovanni. Partecipò
alla Seconda Guerra Mondiale, e fu fatto
prigioniero dai Tedeschi. Dopo la guerra,
Leopoldo si sposò il 18 ottobre
1947, in Italia, con Amalia Catalina
Ambrosini. Era arrivato in Argentina
il 2 gennaio 1948, e ha lavorato per
32 anni in una ditta importante, La
Cantabrica; prima come operaio, poi
come macchinista, dopodiché fu
eletto Delegato alla difesa dei diritti
dei lavoratori della stessa ditta. Leopoldo
è stato per molti anni Consigliere
dell'Associazione Veronese L'Arena,
partecipando con grande impegno e cercando
di trasmettere a figli e nipoti le sue
origini e tradizioni veronesi. I suoi
tre figli Oscar, Roberto e Gabriele
gli hanno dato dieci nipoti e quattro
pronipoti. Leopoldo Vanini ci ha lasciato
a 85 anni il 2 giugno 2006.
Da Suor Maria Rosa Ballini, delle Figlie di San Paolo
di Nairobi
DAL KENIA - Carissimi amici, innanzitutto ancorae sempre
grazie per “Veronesi nel Mondo”,
che ci arriva regolarmente. Grazie
per la sorpresa di essermi vista nel
numero di luglio 2006! Ma specialmente
complimenti e grazie per tutte le
attività che svolgete. E AUGURI
AL CHIEVO! Per quando avrete ancora
un angolo libero nel giornale, desidero
ancora far arrivare i saluti a tutti
voi e ai nostri connazionali, e raccontarvi
brevissimamente della nostra attività
in Africa. Sono una Suora Paolina
e ho lasciato l'Italia per la missione
nel luglio 1961 e sono in Africa dal
1972.Anche qui svolgiamo il nostro
apostolato di evangelizzazione con
i mezzi di comunicazione, ben inserite
nella Chiesa e con la Chiesa. Con
molte edizioni economiche, spesso
sotto prezzo, cerchiamo di arrivare
a tutti (attraverso scuole, parrocchie,
fiere ecc.), per divulgare non solo
catechismo e libri religiosi, del
resto molto richiesti, ma anche libri
per la promozione umana e sociale,
educazione, formazione di giovani
e genitori, nonché libri sull'Aids
e su problemi sociali. Il nostro catalogo,
con oltre 500 titoli, è apprezzato
e conosciuto da tutti. La nostra editoria,
che quest'anno compie 25 anni di servizio,
serve tutta l'Africa di lingua inglese,
e molti ordini da varie parti del
mondo. Certamente il fiore all'occhiello
è stata la pubblicazione dell'AFRICAN
BIBLE - per la Chiesa in Africa. E'
una traduzione approvata, arricchita
di vari commenti incorporati in ogni
pagina, da biblisti africani. Recentemente
è stata tradotta in portoghese,
ed ora si sta lavorando alla traduzione
in lingua Swahili. Io ho lavorato
molto e in varie nazioni, per l'Animazione
Biblica, e nell'aiuto all'apertura
di librerie cattoliche.Il centro editoriale
è qui a Nairobi, ed è
diretto sin dall'inizio da Suor Teresa
Marcazzan di San Giovanni Ilarione.
Ora noi invecchiamo, con la gioia
di vedere i frutti, e cerchiamo di
trasmettere questo prezioso impegno
alle giovani africane, desiderose
di continuare questo apostolato e
questa attività promozionale.
Al momento abbiamo varie professe
nelle diverse nazioni, e qui 18 novizie
per il continente. Grazie per la vostra
continua amicizia che serve ad incoraggiarci
nel nostro lavoro.
Saluti carissimi Suor Maria Rosa Ballini
DA BUENOS AIRES
IL NUOVO CONSIGLIO DIRETTIVO
DELL'ASSOCIAZIONE VERONESE L'ARENA
Lo scorso 22 luglio, nella sede di Buenos Aires, si è
riunita l'assemblea dei soci dell'Associazione
Veronese L'Arena, che ha nominato
il nuovo Consiglio Direttivo, che
riportiamo qui sotto, con i migliori
auguri di buon lavoro. Presidente:
Luciano Stizzoli Vicepresidente: Umberto
Marsili Segretaria: Liliana Menegatti
Pro-segretaria: Isabel Menegatti Tesoriere:
Rodolfo Galzenati Pro-tesoriere: Ruben
Galzenati
Consiglieri: Hilario Tregnaghi, Suor
Ancilla, Danilo Perazzini, Elsa Tonietto,
Adela Tonietto, Bruno Ciocchetta,
Jorge Muracciole, Gabriel Vanini,
Oscar Va
nini, Susanna Bellorio, Andrea Tregnaghi,
Jorge Campostrini.
Collaboratori:Osvaldo Galzenati, Norma
Bussola, Renata Tomezzoli, Elena Negri,
Liduina Pretto, Giorgio Zampicinini,
Genoveva Piccoli.
Revisori dei Conti: Giovanni Gozzo,
Irma Dal Forno, Luisa Marconi.
CARAVAGGIO RIO GRANDE DO SUL
Dal Professor Josè Victorio Piccoli riceviamo
e volentieri pubblichiamo
DAL BRASILE - Gli immigrati italiani che arrivarono, a
partire dal 1875, nella sierra del
Rio Grande do Sul, in Brasile, erano
molto religiosi. Come i contadini
nella povera Italia di quel tempo,
non avevano il minimo necessario per
vivere, e per questo moltissimi era-no
emigrati. Quando arrivarono, tutto
era difficile: la foresta, le belve,
poco cibo; ma la loro religiosità,
la fede, e il lavoro pertinace, furono
la forza per vincere i grandi problemi.
Un gruppo si stabilì nell'odierno
comune di Farroupilha, l'antica Nova
Vicenza, nella regione della grande
Caxias. In un luogo quasi in mezzo
alla foresta, gli immigrati costruirono
una piccola ed umile cappella nel
1877. Poiché non avevano statue
di santi, fu introdotto nella chiesetta
un'immagine della Madonna del Caravaggio
posseduto da un contadino emigrato
di nome Natale Faoro, e da allora
la cappella di legno venne denominata
la Madonna di Caravaggio. Oggi questo
sito si è trasformato in un
grande Santuario, tuttora posto nella
campagna nel comune di Farrouphila.
Il quadro fu sostituito con una rustica
statua in legno costruita da un immigrato.
Nel 1890, siccome i devoti crescevano
di numero, fu edificata una chiesa
in muratura, tuttora esistente; e
dato che il movimento religioso si
estendeva progressivamente, si individuò
un luogo di pellegrinaggio a raggio
regionale: Caxias do Sul, Bento Gonçalves,
Flores de Cunha, antica Nova Trento,
Garibaldi, Carlos Barbosa, senza dimenticare
Farroupilha. Data l'importanza devozionale
attribuita dalla gente, nel 1959 il
vescovo di Caxias proclamò
la Madonna di Caravaggio protettora
della diocesi. Così la venerazione
iniziata a Caravaggio, in Italia,
nel XV° secolo, venne diffusa
intensamente nella colonizzazione
italiana, e soprattutto veneta, in
questa regione. E poiché il
pellegrinaggio continuava a crescere,
a poco a poco fu eretto un magnifico
Santuario concluso e festosamente
inaugurato nel 1963. Adesso il pellegrinaggio
verso questo luogo campestre è
continuo tutto l'anno. Ma il 26 maggio
è la giornata cruciale con
la celebrazione religiosa. Nel 2006
si è celebrato il 127°
pellegrinaggio. Si calcola che nella
data sopracitata e nei giorni immediatamente
vicini giungano al Santuario circa
300 mila persone.
Abbiamo ricevuto
la triste notizia della Signora Placidia
Garonzi, Placidia,
originaria di Roverè Veronese,
si è spenta serenamente il 23
febbaio 2006 a Melbourne, all’età
di 92 anni. L’ Associazione Veronesi
nel Mondo, Presidente e Consiglio di
Amministrazione, partecipa al dolore
dei familiari ed esprime le proprie
condoglianze.
DAL BRASILE
24 ANNI PER IL CIRCOLO DEI VERONESI DI SAN PAOLO
L'Associazione
Veronesi nel Mondo di San Paolo del
Brasile, con lo spirito e l'obiettivo
di mantenere le tradizioni della propria
terra d'origine, e per festeggiare
il suo 24° anniversario di fondazione,
ha organizzato una gita all'incantevole
hotel-fazenda Salto Grande nella città
di Araraquara. Erano presenti molti
Veronesi, simpatizzanti ed amici.
L'intrattenimento è cominciato
già durante il viaggio in autobus,
con la proiezione di classici film
italiani. In questi tre giorni di
permanenza, il gruppo si è
diviso tra molteplici attività:
pesca sportiva, passeggiate a cavallo,
bagno in piscina, visita alla grande
cascata ecc. Per i bambini il tipico
gioco veronese del rompar le pignate,
filastrocche della nonna, ecc. Il
momento più solenne è
stato la Santa Messa di ringraziamento
celebrata in italiano con l'accompagnamento
della magnifica corale del Circolo
Italiano di Araraquara. Arrivederci
al prossimo anno.
DAL VENETO
UN CONVEGNO ORGANIZZATO DALLA DELEGAZIONE VENETO DEL CTIM
NELLA PRESTIGIOSA SALA DEL CONSIGLIO
COMUNALE DI VERONA
PROGETTUALITA' E PROSPETTIVE
DELLA “NUOVA EMIGRAZIONE”
ITALIANA
Presenti delegati di varie nazioni. Alla sera l'incontro
con l'on. Mirko Tremaglia, Ministro per gli Italiani nel Mondo
nella precedente legislatura
Un punto sull'attualità generale dell'emigrazione
italiana e veneta (data soprattutto
da esodi lontani), dell'inserimento
nel tessuto socioproduttivo nazionale
delle fresche generazioni d'origine
italiana (i cosiddetti “rientri”
che sono, più che altro, “entrate”
ex novo) e delle opportunità
economiche, formative, relazionali
colte da avveduti italiani nelle “nuove
frontiere” del business ai quattro
punti cardinali. Ha sviluppato questi
temi di fondo l'incontro che s'è
tenuto di recente nella sede del Consiglio
Comunale, a Palazzo Barbieri, nella
centralissima Piazza Bra di Verona,
e che ha visto la partecipazione attiva
dall'estero di delegati ed “addetti
ai lavori” nel campo dell'emigrazione/immigrazione.
Preceduto dall'inaugurazione d'una
mostra fotografica sull'emigrazione
veneta e dalla relativa visita guidata,
il convegno è stato organizzato
dalla Delegazione Veneto del Ctim
(Comitato Tricolore per gli Italiani
nel Mondo) in collaborazione con l'Assessorato
ai Flussi Migratori della Regione
Veneto,l'Assessorato alle
Relazioni Internazionali del Comune di Verona e Veronafiere.
Aperto dal Delegato Regionale Ctim,
Massimo Mariotti, l'occasione ha registrato
gli interventi di Gian Luigi Ferretti
(Coordinatore Generale del Ctim),
Claudio Beccalossi (Presidente dell'Associazione
Scaligera Italia-Ucraina), Pierluigi
Bolla (Presidente INFORMEST),Beatrice
Cecchinato (Presidente Confederazione
Giovani Veneti), Niko Cordioli (Presidente
ATER), Giuseppe Riccardo Ceni (Presidente
dell'Associazione Veronesi nel mondo),
Gian Andrea Chiavegatti (Presidente
della Fondazione Conoscere l'Eurasia),Vittorio
Di Dio (Relazioni Esterne Fiera di
Verona), Maurizio Filippi (Presidente
dell'Associazione Padani nel mondo),
Matteo Gelmetti (Presidente UNICOOP),
Aldo Rozzi Marin (Presidente dell'Associazione
Veneti nel mondo), Giancarlo Mazzetto
(Presidente dell'Associazione Triveneto
per l'Est Europa). Progettualità
e prospettive riguardanti soprattutto
i Paesi extra Unione Europea (dell'Est
Europa e del Sud America) sono state
illustrate anche in un'ottica di coinvolgimento,
di collaborazione comune alla miglior
riuscita del “made in Italy”
fuori dall'Italia. Magari riuscendo
a scrollarsi di dosso, una volta per
tutte, quella patina di provincialismo
sorpassato legato alle vecchie, stantie
immagini degli emigranti ante litteram
con la classica valigia di cartone.
Immagini da soffitta che non vanno
d'accordo con le professionalità
dimostrate e cercate dai “nuovi
emigranti” con computer portatili,
cellulari satellitari e con master
e stages nel proprio curriculum. Anche
l'emigrazione, perciò, si evolve…
Gli argomenti toccati nella sala del
Consiglio Comunale sono stati ripresi
la sera, durante la cena sociale,
dallo stesso fondatore del Ctim e
Ministro per gli Italiani nel Mondo
nella precedente legislatura, on.
Mirko Tremaglia. Intervenuto con la
moglie, ha voluto sottolineare ancora
una volta, con giusto orgoglio, d'essere
stato il primo (e l'unico, finora)
a “smuovere” il sacro
totem della Costituzione italiana
per poter dare la possibilità
agli italiani all'estero di poter
votare (ed essere votati) alle elezioni
per il Parlamento Nazionale.
INCONTRO TRA LA FAMIGLIA CHESINI E I GIALLOBLU’
UN FORZA HELLAS CHE ARRIVA DALL’AUSTRALIA
A SOSTEGNO
DEL GRANDE CUORE DEL PRESIDENTE PIERO
ARVEDI
Grazie
all’iniziativa del Presidente
dell’Associazione Veronesi nel
Mondo, Giuseppe Riccardo Ceni, un
simpatico incontro si è verificato
qualche settimana fa davanti allo
Stadio Bentegodi. Saverio Chesini,
imprenditore marmifero nato in Valpolicella,
emigrato al seguito della famiglia
in Australia nel 1978 (papà
Pietro, fondatore dell’azienda
di casa, è stato sindaco di
Sant’Ambrogio negli anni ’70),
è venuto a Verona, come fa
ogni anno in occasione della Fiera
del Marmo. Per la prima volta, quest’anno,
ha portato con sé da Adelaide,
dove vive, anche i figli Peter e Jake,
entrambi piccoli calciatori in erba
nelle file del Campbell Town, squadra
di una zona di Adelaide abitata in
gran parte da famiglie di origine
italiana. Saverio, Peter e Jake, e
con loro il cugino ‘veronese’
Paolo Campostrini, hanno avuto il
piacere di incontrare il mister dell’Hellas,
Massimo Ficcadenti, il nuovo Presidente
e proprietario del Verona, il Conte
Pietro Arvedi, e soprattutto il loro
connazionale Jess Van Strattan, che
invece viene da una
cittadina a nord di Sydney. Van Strattan
è arrivato in Italia, inizialmente
alla Juve sette anni fa, dopo un brillante
mondiale juniores in Nuova Zelanda,
in cui l’Australia fu sconfitta
solo in finale dal Brasile. Ai Chesini
Van Strattan ha detto di avere nostalgia
di casa, ma ha aggiunto che a Verona
si trova molto bene e che l’Italia,
per un calciatore, è ancora
il posto ‘giusto’. Per
ora Jess si deve accontentare
di vedere la partita dalla panchina,
avendo davanti a sé, come portiere,
Gianluca Pegolo, ovvero uno dei pochi
punti di forza
(e ormai di esperienza) dell’Hellas,
probabilmente destinato prima o poi
a finire in serie A. E Van Strattan
è ancora abbastanza giovane
da poter attendere con pazienza il
suo turno. Avevamo conosciuto il simpatico
Saverio Chesini, che parla tuttora
perfettamente italiano, nell’